La scuola deve educare anche alle relazioni digitali

È dedicato al caso del video hard della sedicenne torinese condiviso sui social network l'editoriale di Gianluca Nicoletti sul quotidiano La Stampa, oggi in edicola. "Diamo maestri ai ragazzi schiavi del video hard", sostiene Nicoletti, che da oltre vent'anni conduce trasmissioni radiofoniche dedicate ai nuovi media: Non si potrà veramente parlare di "buona scuola" in Italia fino a quando, per legge, non si formeranno insegnanti specifici di "Educazione alle relazioni digitali". Cosa ne pensate? È questa la strada?

La-Stampa-060315La scuola deve educare anche alle relazioni digitali
di Gianluca Nicoletti
La Stampa, 6 marzo 2015

Il problema è evidente solo quando un episodio finisce sui giornali. Ma nella vita degli adolescenti l'eco della rete è cosa di tutti i giorni. Dopo il caso del video hard della sedicenne torinese condiviso sui social network da oltre tremila persone, chi si occupa di didattica dovrà fare una riflessione.

Non si potrà veramente parlare di «buona scuola» in Italia fino a quando, per legge, non si formeranno insegnanti specifici di «Educazione alle relazioni digitali». Qualcuno abbia dunque il coraggio di prendere la decisione, solo all'apparenza del tutto irrituale, d'introdurre il «social networking» come materia obbligatoria sin dalle classi elementari.
I segnali d'incapacità da parte dei ragazzi nel saper gestire la loro ombra digitale sono oramai una costante.
Ci si accorge del problema solo per gesti estremi compiuti o subiti da minorenni, che sembrano prodursi in ragione di un set d'immediata ripresa video e social condivisone. Non è più il caso di parlare solamente della caduta dei valori, della mancanza di principi etici, della necessità di ricostruire le coscienze, come se ancora gli adulti potessero portare loro il arcaico mondo come modello ai nativi digitali. È inutile, passatista e persino ridicolo continuare a fare le vergini vestali custodi del sacro fuoco della socializzazione attraverso le vie «naturali». È solo folle pensare che la soluzione all'uso sconsiderato dello smartphone, e delle sue app che eternizzano ogni istante, sia il proibizionismo.
Nemmeno ha giustificazione immaginare ancora che la digitalizzazione della didattica consista nel fornire tablet ai ragazzi e passare dallo zaino strapieno di libri ai testi in formato elettronico. Sono quisquilie, oggi la quasi totalità dei giovani italiani in età scolare è iperdotata di appendici per registrare e mettere on line ogni istante della propria vita. Lo fanno in maniera velocissima, sono anni luce avanti rispetto ai loro docenti su ogni nuova tecnologia mobile e possono elaborare, condividere e diffondere ogni porzione di realtà che a loro sembra degna di gloria digitale.

Le protesi emotive
Ancora più ridicolo sarebbe interdire o regolamentare l'uso delle protesi emotive dei ragazzi, come ancora ipotizzano pedagogisti legati al vecchio mondo. Questi giovani multitask devono prima possibile essere ricondizionati a saper definire i confini tra la loro esistenza reale e il riflesso della stessa nei social network.
Per loro la vertigine dell'ubiquità attenua ogni minima attenzione per una consapevole costruzione dell' immagine che, loro malgrado, cresce e si rafforza ogni giorno in ragione delle infinite tacce che disseminano in rete pubblicando i frame di ogni istante che loro immaginano come «epico». Il vero dramma è che sarà difficilissimo far comprendere alla compagnia di Sestri che è un' azione che rende loro meschini fornire una grancassa su Youtube alla bulla impegnata nel pestaggio di una dodicenne inerme. Molti l'hanno fatto prima di loro e molti saranno sempre pronti a immortalare con lo smartphone in mano ogni uscita dalla regola, propria o dei propri coetanei.
Non deve stupire più di tanto l' indifferenza della ragazzina torinese che si è vista ripresa e divulgata mentre faceva sesso nel bagno di una discoteca.
Nessuno della loro generazione ha avuto mai modo che gli fosse spiegato il limite tra privato e pubblico, purtroppo ancora molti docenti fanno confusione tra un'evidente attitudine al maneggio degli oggetti che producono realtà digitale e una profonda e sedimentata cultura digitale. Possiamo facilmente considerare questi ragazzi alla stregua d' immigrati clandestini nel nostro mondo, che per noi indigeni è consolidato sulla certezza che tra ciò che è concreto e quello che è riprodotto esista uno scarto non certo indifferente. Per loro, al contrario, la consapevolezza di se stessi è dilatata per quanto possa essere vasto il numero dei propri followers.

I nuovi maestri
Bisogna quindi formare quanto prima i nuovi maestri di vita, che al momento sono indispensabili ad aiutare le ultime generazioni a mettere ordine nel loro saltellante universo relazionale. Insegnanti eclettici che dovranno saper parlare la lingua della tecnologia e affondare le proprie radici nella saggezza delle scienze umane e filosofiche. Non dovranno essere ingegneri, ma avere un rapporto sereno con le macchine. Non sarà necessario che provino a salvare le anime dei ragazzi, ma basterebbe che siano capaci a dar loro strumenti per conoscere e capire anche il mondo che si lasciano dietro alle spalle, magari solo perché non è inquadrato dal display del loro post-telefonino.

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