Printcrime, la fantascienza che anticipa il presente delle stampanti 3D

“Lanie, voglio stampare altre stampatrici. Un sacco di altre stampatrici. Una per ciascuno. Per questo sì che vale la pena andare in prigione. Per questo sì che vale la pena fare qualsiasi cosa.” Nel racconto Printcrime del 2006 Cory Doctorow descrive una società futura in cui le stampanti 3D, in grado di produrre qualsiasi cosa, vengono messe fuorilegge da un governo autoritario.

Il protagonista, una sorta di primo prosumer, viene condannato a dieci anni di prigione. Quando esce dal carcere comprende che la vera rivoluzione, in grado di sovvertire il regime, è stampare altre stampanti 3D… una sorta di “democratizzazione degli oggetti”, direbbe Jeremy Rifkin, per realizzare “la società a costo marginale zero”.

E oggi sono già disponibili i primi modelli di stampanti "autoreplicanti", in grado di fabbricare i propri componenti.

Cory Doctorow è canadese, nato a Toronto nel 1971. Giornalista, scrittore e noto blogger è coeditore del famoso blog Boing Boing, il sesto blog più visto al mondo secondo il motore di ricerca Technorati. È un sostenitore delle leggi che liberalizzano i copyright e delle licenze Creative Commons. La maggior parte dei suoi libri sono scaricabili gratuitamente da Internet. Oggi vi proponiamo la traduzione in italiano del racconto Printcrime.

 

Printcrime Printcrime: Crimini a Mezzo Stampa
di Cory Doctorow

Gli sbirri distrussero la stampatrice di mio padre quando avevo otto anni.
Ricordo l’odore che faceva, come di pellicola in un microonde, e insieme lo sguardo di feroce concentrazione di Pa’ mentre la riempiva di gelatina fresca, e la sensazione calda di “appena sfornato” degli oggetti che ne uscivano.
Gli sbirri sfondarono la porta con i manganelli sguainati; uno di loro recitava i termini del mandato con un megafono. Uno dei clienti di Pa’l’aveva venduto. La polizia l’aveva pagato con farmaci da ricchi aumentatori di performance, supplementi mnemonici, booster di metabolismo. Era il tipo di roba che da banco costava una fortuna; il tipo di roba che ti potevi stampare in casa, se ti volevi prendere il rischio di ritrovarti in cucina una folla improvvisa di grossi corpi nerboruti che spaccano ogni persona o cosa gli si pari dinanzi agitando duri manganelli. Distrussero la cassa della nonna, quella che si era portata dal vecchio paese.
Spaccarono il piccolo frigorifero e l’unità di purificazione vicino alla finestra. Il mio uccellino scampò alla morte rintanandosi in un angolo della gabbietta mentre un grosso piede ne aveva trasformato una buona parte in un triste ammasso di filo di stampa, premendo con lo stivale.
Pa’. Cielo, che gli fecero. Quando aveva finito, sembrava avesse lottato con un’intera squadra di rugby. Lo portarono fuori dalla porta e lasciarono che la gentaglia dei giornali lo vedesse bene mentre lo sbattevano nell’auto. Un portavoce intanto diceva al mondo come il contrabbando organizzato di Pa’ fosse responsabile per almeno venti milioni di danni e come Pa’, persona maligna e disperata, avesse resistito all’arresto.
Lo vidi dal telefono, da quello che rimaneva del salotto, lo guardai dallo schermo e mi chiesi come, come fosse possibile che qualcuno, guardando il nostra piccola casetta e la nostro malandata terribile proprietà, potesse scambiarla per la casa di un boss del crimine organizzato. Ci tolsero la stampatrice, ovviamente, e la mostrarono alla gentaglia dei giornali come un trofeo. Il suo altarino nel cucinotto divenne un orribile vuoto. Quando mi ripresi e riordinai l’appartamento e salvai il mio povero cigolante uccellino, misi in quel vuoto un frullatore. Era fatto di parti stampate, per cui ci sarebbe voluto un mesetto prima di dover ristampare nuovi ingranaggi e altre parti in movimento. All’epoca, sapevo smontare e riassemblare intatta qualsiasi cosa potesse essere stampata.
Fu quando compii diciott’anni che loro furono pronti a scarcerare Pa’. Lo avevo visitato tre volte — quando avevo compiuto dieci anni, quando lui ne aveva compiuti cinquanta, e alla morte di Ma’. Erano passati due anni da che l’avevo visto l’ultima volta, e non era in forma. Era zoppo da una rissa che l’aveva coinvolto in prigione, e si guardava alle spalle tanto spesso che sembrava un tic. Fui imbarazzata quando il minitaxi ci lasciò davanti alla proprietà e cercai di tenere la mia distanza da quello scheletro zoppicante, rovinato, mentre entravamo e salivamo le scale.
“Lanie”, disse facendomi sedere. “Sei una ragazza intelligente, lo so. Non sai dove Pa’ possa trovare una stampatrice e della gelatina?”
Le mani mi si strinsero a pugno tanto forte che le unghie mi lasciarono segni.
Chiusi gli occhi. “Sei stato dieci anni in prigione, Pa’. Dieci. Anni. Vuoi rischiarne altri dieci per frullatori e farmaci, per altri portatili e cappelli firmati?”
Sorrise. “Non sono uno scemo, Lanie. Ho imparato la lezione. Non c’è cappello o portatile per cui valga la pena di andare in prigione. Mai più, mai più stamperò quella roba”. Aveva fatto del té, e lo beveva come del whisky, un sorso e poi una lunga esalazione soddisfatta. Chiuse gli occhi e si lasciò andare sulla sedia.
“Vieni un po’ qua, Lanie, te lo dico all’orecchio. Lascia che ti dica la cosa che ho deciso di fare mentre ero dieci anni in gattabuia. Vieni, e ascolta il tuo stupido Pa’.”
Mi sentii un po’ in colpa per averlo fatto arrabbiare. Era pazzo, era chiaro ormai. Chissà che aveva passato in prigione. “Che cosa, Pa’?”, dissi avvicinandomi.
“Lanie, voglio stampare altre stampatrici. Un sacco di altre stampatrici. Una per ciascuno. Per questo sì che vale la pena andare in prigione. Per questo sì che vale la pena fare qualsiasi cosa.”

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