Ocse, allarme lavoro in Italia: precario un giovane su due

Secondo il rapporto Ocse Employment Outlook la disoccupazione degli under 25 in Italia nell'intero 2013 ha toccato quota 40%, quasi il doppio del livello pre-crisi (20,3% nel 2007). La percentuale è leggermente più elevata tra le donne (41,4%) che tra gli uomini (39%). Il 36,3% degli under 25 italiani occupati resta nel suo posto di lavoro per meno di 12 mesi. Percentuale che sale al 40,2% per le giovani donne. In Italia, la quota di neoassunti con un contratto precario è al 70%, "una delle più elevate tra i Paesi Ocse".

Per ulteriori approfondimenti suggeriamo il link all'agenzia Ansa (Ocse, in Italia è allarme lavoro: precario un giovane su due), integriamo il grafico interattivo e riportiamo la sintesi in italiano del rapporto Employment Outlook.

Employment-outlookProspettive dell’occupazione dell’OCSE 2014

Sintesi in italiano

La ripresa del mercato del lavoro nell’area dell’OCSE rimane incompleta
In molti Paesi dell’OCSE, la disoccupazione raggiunge livelli ben superiori rispetto a quelli del periodo che ha preceduto la crisi, nonostante una ripresa della crescita dell’occupazione. Fino alla fine del 2014 e nel 2015 si prevede una diminuzione limitata della disoccupazione. La persistenza di alti livelli di disoccupazione in alcuni Paesi si è tramutata in un aumento della disoccupazione strutturale che rischia di non essere riassorbita automaticamente da un miglioramento della crescita economica, poiché la disoccupazione strutturale conduce a una perdita di capitale umano e di motivazione nella ricerca di un lavoro, specie per i disoccupati di lungo termine. Per l’insieme dell’area dell’OCSE, si rileva che 17,2 milioni di persone – ossia più di un disoccupato su tre – sono rimaste senza lavoro per un periodo di 12 mesi o per un periodo più lungo nel corso dell’ultimo trimestre del 2013. Quasi il doppio di quanto rilevato nel 2007. In considerazione dei suddetti sviluppi, la promozione della domanda deve rimanere uno dei principali obiettivi delle politiche del lavoro laddove la ripresa sia stata meno robusta, affiancandola a misure rafforzate per contrastare la disoccupazione strutturale. Sarebbe opportuno puntare prioritariamente su misure a favore dell’occupazione e della formazione dei disoccupati di lungo termine che generalmente incontrano barriere significative nella ricerca di lavoro e che sono esposti a un maggior rischio di abbandono del mercato del lavoro.

La crescita dei salari in termini reali ha rallentato in maniera sostanziale
A causa della crisi, i guadagni in termini reali di molte persone che hanno mantenuto il proprio posto di lavoro, sono cresciuti più lentamente o in alcuni casi sono diminuiti. In molti Paesi dell’OCSE, un continuo aumento della disoccupazione ha esercitato una notevole pressione che ha determinato un rallentamento della crescita dei salari reali. Ciò ha contribuito a diminuire i costi unitari del lavoro, promuovendo di conseguenza la competitività esterna in numerosi Paesi, specie nella zona euro. Ulteriori aggiustamenti salariali, tenendo conto in particolare di un contesto di bassa inflazione, richiederebbero dolorosi tagli salariali e potrebbero aumentare il numero dei lavoratori poveri. Per promuovere la competitività, la crescita e la creazione di posti di lavoro, è necessario attuare una serie di politiche. Tali politiche comprendono sane misure macroeconomiche destinate a promuovere la ripresa economica, ma anche riforme per accrescere la concorrenza nei mercati di beni e servizi, assistenza ai lavoratori che hanno subito una perdita del posto di lavoro per aiutarli a trasferirsi in nuovi settori occupazionali e misure per consolidare i redditi dei lavoratori con bassi salari.

Sarebbe opportuno promuovere una migliore qualità dei posti di lavoro
La performance del mercato del lavoro dovrebbe essere valutata sia in termini di quantità, sia di qualità delle opportunità di lavoro; in altre parole, le politiche dovrebbero mirare a promuovere un maggior numero e migliori posti di lavoro. Un nuovo quadro concettuale e operativo basato su tre dimensioni è stato sviluppato per misurare la qualità del posto di lavoro attraverso: il livello e la distribuzione dei guadagni, la sicurezza del mercato del lavoro e la qualità dell’ambiente lavorativo. Si riscontrano grandi differenze tra diversi Paesi in ciascuna delle suddette dimensioni, ma non si riscontra un trade‑off significativo tra qualità e quantità dei posti di lavoro: alcuni Paesi riescono a ottenere risultati soddisfacenti sui due fronti. Si rilevano altresì notevoli differenze di qualità dei posti di lavoro tra le diverse categorie socioeconomiche all’interno di ciascuno dei Paesi esaminati. I giovani, i lavoratori con competenze di basso livello e quelli titolari di contratti temporanei sembrano accumulare gli svantaggi. All’opposto, i lavoratori con competenze di alto livello riescono non solo ad accedere a un maggior numero di posti di lavoro, ma anche a quelli migliori. Il livello e la distribuzione dei guadagni dipendono dal ruolo delle politiche che promuovono la crescita, l’accessibilità e la qualità dell’istruzione, dalla natura degli istituti che definiscono i salari (come ad esempio il salario minimo, la contrattazione collettiva) e dall’architettura dei regimi fiscali e previdenziali. La sicurezza del mercato del lavoro dipende dall’interazione della tutela dell’impiego, dei sistemi d’indennizzo per la disoccupazione (indennità di disoccupazione e di licenziamento) e dalle politiche di attivazione del mercato del lavoro. La qualità dell’ambiente lavorativo dipende in larga misura dall’efficacia delle normative sulla tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro per la prevenzione dei problemi di salute collegati all’attività professionale, ma anche dal dialogo sociale e dal grado di responsabilità sociale del datore di lavoro.

Contare troppo sul regime di lavoro temporaneo è pregiudizievole nei confronti dei singoli e dell’economia
Il lavoro a durata determinata o a termine – ossia tutte le forme di attività lavorative che non beneficiano di un contratto permanente o indeterminato – può offrire flessibilità alle imprese nell’adeguamento della forza lavoro a un contesto economico mutevole. Le suddette forme di contratto possono anche essere una scelta individuale del lavoratore che preferisce la flessibilità inerente ai contratti di lavoro temporanei. Tuttavia, un uso estensivo dei contratti non regolari potrebbe avere un effetto negativo sia sull’equità, sia sull’efficienza. I lavoratori assunti con contratti non regolari fanno sovente fronte a un maggior grado d’insicurezza occupazionale rispetto ai dipendenti assunti con un contratto a durata indeterminata. Le aziende tendono inoltre a fare meno investimenti per i lavoratori non regolari, ciò che potrebbe diminuire la loro produttività e lo sviluppo del capitale umano dell’impresa. Durante il ventennio che ha preceduto la crisi finanziaria globale, il lavoro a termine si è sviluppato in molti Paesi poiché i governi miravano a promuovere la flessibilità nel mercato del lavoro, allentando principalmente la normativa dei contratti non regolari, pur mantenendo nello stesso tempo le condizioni relativamente più vincolanti dei contratti regolari. Le scelte programmatiche destinate a ridurre il gap del mercato del lavoro tra lavoratori regolari e non regolari prevedono regolamentazioni più severe nell’uso dei contratti temporanei e l’allentamento delle regole in materia di licenziamento dei lavoratori con contratti permanenti. Proseguendo di questo passo, la convergenza dei costi di cessazione del rapporto d’impiego per l’insieme dei contratti potrebbe essere introdotta con un contratto unico o unificato. Ciascuna delle suddette opzioni implica che le difficoltà di attuazione siano superate e che le riforme complementari siano efficaci.

Per i primi passi nel mercato del lavoro, ma anche successivamente, contano le qualifiche e le competenze
Lo studio internazionale dell’OCSE intitolato Survey of Adult Skills propone nuovi chiarimenti sul ruolo delle qualifiche accademiche e di una serie di competenze rispetto a due principali ricadute nel mercato del lavoro che riguardano la classe di età dei 16‑29enni: il rischio di esclusione dal sistema scolastico e quello di ritrovarsi senza lavoro e il livello della retribuzione oraria per i giovani che lavorano. I risultati evidenziano l’importanza di promuovere un più alto livello di studi, ma anche di rafforzare le competenze in lettura, aritmetica e capacità di risolvere problemi e di migliorare le informazioni disponibili per i giovani quando scelgono un orientamento di studio. L’esperienza lavorativa, alla stregua delle competenze generali, incide positivamente sul livello del salario sin dai primi passi nel mercato del lavoro. Ciononostante, in numerosi Paesi, pochi giovani sembrano associare lavoro e studio e la maggior parte degli studenti che lavorano, non sono iscritti nei percorsi ufficiali che prevedono un’istruzione professionale e corsi di formazione o apprendistato sul luogo stesso del lavoro. Tale situazione ci suggerisce che, per consentire ai giovani di acquisire maggiore dimestichezza con il mercato del lavoro, non occorre solo introdurre o aumentare l’uso di moduli di apprendimento ottenuti nel luogo stesso di lavoro nei sistemi di formazione professionale e di apprendistato, ma occorre anche rafforzare le misure che consentono a tutti gli studenti di acquisire una maggiore esperienza lavorativa. Tali misure potrebbero prevedere la rimozione delle barriere che impediscono alle imprese di assumere lavoratori a tempo parziale e possibilmente l’introduzione d’incentivi fiscali per gli studenti che lavorano fino a raggiungere un determinato numero di ore.

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