Abbandono scolastico: il punto di vista dei “maestri di strada”

"[…] Nel corso degli anni il fenomeno dell'abbandono degli studi è cambiato. Oggi molto spesso alla base del problema ci sono il disagio esistenziale dei ragazzi e la crisi del patto intergenerazionale. Prova ne è il fatto che negli ultimi due-tre anni abbiamo realizzato, con la nostra associazione, diversi interventi nei licei, tradizionalmente frequentati da alunni provenienti da situazioni economiche solide, ma non per questo immuni da problematiche di altro tipo". 

Dalla rassegna stampa di oggi vi proponiamo l'intervista al pedagogista Cesare Moreno, presidente dell'associazione Maestri di Strada, realizzata dal quotidiano Avvenire.

Avvenire_290814Il caso.
L'abbandono scolastico continua a crescere in Italia, ormai interessa gli studenti dei licei: parla il «maestro di strada» Moreno, domenica a Sarzana
Un salvagente per tutti i «dispersi» di CLASSE

di Roberto Carnero
Avvenire, 29 agosto 2014

La dispersione scolastica in Italia continua a essere un fenomeno preoccupante, con percentuali ben al di sopra della media europea, anche se è attraversato da una trasformazione qualitativa. Ne parlerà domenica a Sarzana (La Spezia), nell'ambito del Festival della Mente, il pedagogista Cesare Moreno, presidente dell'Associazione Maestri di Strada. Il problema dell'abbandono della scuola da parte degli adolescenti non è facile da inquadrare e gli stessi contorni sono piuttosto sfumati, tanto che – spiega Moreno, 68 anni, una vita nel mondo della scuola prima come maestro elementare a Napoli e poi come educatore attivo nei territori del disagio giovanile – non è facile avere cifre precise.

Come mai? Non esistono statistiche attendibili?
«Il Ministero dell'Istruzione ha elaborato alcuni dati ma, più che sull'abbandono scolastico vero e proprio, vertono sui minorenni che né studiano né lavorano. Qui la percentuale italiana è del 27%, però in regioni come la Campania sale fino al 34%. Cifre come queste sono indici significativi della dispersione».

La politica è consapevole del problema?
«Si stanziano fondi, neanche esigui, ma su progetti che non riescono a risolverlo. Nell'ultimo anno sono stati spesi 50 milioni di euro su 203 reti di scuole che hanno ricevuto circa 200-250mila euro ciascuna. Ma gli esiti non sono confortanti, perché la dispersione in molti casi anziché diminuire è aumentata».

Che cosa non funziona in queste iniziative?
«Molto spesso è sbagliata la strategia, perché si continua a pensare (e a intervenire di conseguenza) che la dispersione scolastica abbia alla radice motivazioni di tipo socio-economico.
Certo, lo svantaggio sociale può essere un fattore di rischio, ma nel corso degli anni il fenomeno dell'abbandono degli studi è cambiato.
Oggi molto spesso alla base del problema ci sono il disagio esistenziale dei ragazzi e la crisi del patto intergenerazionale. Prova ne è il fatto che negli ultimi due-tre anni abbiamo realizzato, con la nostra associazione, diversi interventi nei licei, tradizionalmente frequentati da alunni provenienti da situazioni economiche solide, ma non per questo immuni da problematiche di altro tipo».

Quali?
«Come dicevo, un senso di disorientamento e anche la mancanza di motivazioni, che portano gli studenti alla fuga. Le generazioni passate lavoravano e si impegnavano per lasciare ai figli un mondo migliore, nutrendo la concreta speranza che sarebbe stato così. I genitori di oggi invece sanno che purtroppo il mondo che aspetta i loro figli rischia di essere decisamente peggiore: dal punto di vista dell'ambiente, del mercato del lavoro, degli equilibri internazionali».

Sono questi i motivi della fragilità psicologica degli adolescenti?
«Sì, insieme ad altri. Penso alla crisi della famiglia, al fatto che molti giovani oggi siano figli unici e quindi meno abituati, sin da piccoli, al confronto relazionale. Oggi molti ragazzi vanno a scuola prima di tutto per socializzare, per trovare i fratelli o gli amici che non hanno a casa, magari anche per potersi esprimere al di fuori di una sorveglianza eccessiva e opprimente da parte degli stessi genitori».

Che cosa dovremmo fare?
«Gli adulti hanno un solo compito: esserci. Il momento di crisi è spesso il delicato passaggio dall'ultimo anno della scuola media al primo biennio delle superiori. Gli adolescenti hanno bisogno di trovare accanto a sé figure adulte (genitori, insegnanti, educatori) che non abdichino alla propria responsabilità nei confronti delle nuove generazioni».

E agli insegnanti, in particolare, che cosa direbbe?
«Che dobbiamo sviluppare maggiormente le competenze passive rispetto a quelle attive. Un bravo insegnante deve sapere ascoltare più che parlare. A scuola spesso i docenti sono schiavi delle soluzioni tecniche. Vai male in matematica? Eccoti un bel corso di recupero. Così si rispiegano le stesse cose, magari negli stessi modi, e il risultato è un'ulteriore disaffezione verso quella materia. Invece bisogna rimotivare lo studente in difficoltà, che spesso non studia semplicemente perché non ne ha voglia, in quanto non ha una motivazione autentica, ma avrebbe tutte le capacità per farlo. Ci vogliono operatori disponibili a mettere in gioco se stessi come professionisti e come persone. Altrimenti anche tutto il discorso sulle nuove tecnologie applicate alla didattica, tanto sbandierato dagli ultimi governi, rischia di essere un guscio vuoto, un giocattolo inutile».

Chi sono i «maestri di strada» che operano nell'associazione da lei presieduta?
«Sono tutti docenti ed educatori professionali, la maggior parte sotto i 30 anni, che lavorano nelle situazioni difficili della città di Napoli. Nell' ultimo anno siamo entrati in contatto con 300 ragazzi a rischio di abbandono scolastico e ne abbiamo seguiti continuativamente circa un centinaio.
Fu nel 2001 l'allora presidente della Repubblica Ciampi a fornirci le risorse economiche per costituire l'associazione. Poi purtroppo dal 2009 i fondi ministeriali sono venuti a mancare, ma per fortuna abbiamo trovato alcuni sponsor privati, soprattutto la Fondazione San Zeno di Verona. Grazie alla generosità di chi continua a credere in noi, possiamo andare avanti nel nostro lavoro».

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