Il bilancio della crisi: responsabilità e indignazione nel Rapporto Caritas

Quando lo scorso aprile abbiamo presentato il rapporto Caritas 2014 intitolato False partenze abbiamo sottolineato la connessione tra povertà e istruzione, perché la povertà non si esaurisce nella scarsità di risorse economiche ma coinvolge una varietà di dimensioni della condizione umana, come non godere di buona salute, avere una bassa istruzione e molte altre.
Bilancio-della-crisiE anche la nuova pubblicazione Il bilancio della crisi. Rapporto sulle politiche contro la povertà in Italia, disponibile on line in versione integrale, contiene piste di lavoro sul fenomeno dei Neet, la dispersione scolastica, la precarietà ecc.

“Interrompere i circuiti di povertà passa certamente attraverso misure di contrasto alla dispersione scolastica e a bassi livelli di formazione. Ma il circuito virtuoso da stimolare è quello che consiste nel connettere tutti gli interventi in favore delle famiglie ad una efficace scolarizzazione dei minori, stimolando comportamenti proattivi anche in questo ambito”.

La Caritas italiana vuole “inaugurare a partire da quest’anno un itinerario di analisi, approfondimento, studio e ricerca che permetta di realizzare uno strumento di riflessione a cadenza annuale, limitato negli obiettivi, ma potenzialmente prezioso in una fase del nostro paese segnato certamente dalla crisi e dalla crescita esponenziale del dato di povertà assoluta”, spiega don Francesco Soddu, direttore Caritas Italiana.
“Caritas Italiana si impegna a sviluppare, insieme a tutti i soggetti sociali che lo vorranno, un processo di crescita delle tutele sociali delle famiglie e delle persone in condizioni di povertà, in forme ragionevolmente incrementali e sussidiarie, tali da rendere il nostro paese sempre più coeso e solidale”.

E riportiamo per intero il paragrafo conclusivo del Rapporto

Responsabilità e indignazione
Questo Rapporto non ha nessuna pretesa di esaustività, non avendo preso in considerazione condizioni, anche estreme, presenti nel nostro paese, dovute in alcuni casi a scelte legislative operate negli scorsi anni – non specificamente in ambito sociale – che hanno effetti pure drammatici riconducibili al tema della povertà. Questa scelta non è una omissione.
Abbiamo la consapevolezza che la povertà genera sofferenza sociale e personale, che impedisce – come ci ricorda la nostra Carta Costituzionale – “il pieno sviluppo della persona umana”, che ne avvilisce la dignità delle persone, ne deturpa il volto.
Abbiamo la consapevolezza che le carceri italiane sono un simbolo di politiche sociali non inclusive che in questi ultimi anni hanno carcerizzato inutilmente il disagio, come nel caso delle dipendenze, e che ogni singola storia di reclusione sintetizza più efficacemente, per comprendere questi fenomeni, molte pagine di questo Rapporto.
Abbiamo la consapevolezza che le aree di disagio, i quartieri sensibili, le zone montane in via di spopolamento, i territori gravati dal drammatico mix di sottosviluppo e controllo criminale invocherebbero più che una misura – anche universale – di contrasto alla povertà, per uscire dal tunnel dell’abbandono.
Abbiamo la consapevolezza che i livelli di disuguaglianza presenti nel nostro paese dovrebbero offendere la coscienza morale non solo dei cristiani, ma di tutte le donne e gli uomini di questo paese, non per un sentimento di “invidia sociale”, ma per l’adesione ai principi che rappresentano il magistero civile del nostro paese, rappresentato dalla Costituzione.
Abbiamo la consapevolezza che la somma di tutto questo produce una società ingiusta, regolata da meccanismi economici e normativi spesso iniqui e che mantengono – o privilegiano – alcuni in condizioni di smisurato e, spesso, ingiustificato benessere, ed altri in condizioni di straordinario svantaggio.
Ma crediamo che continuare a indicare prospettive di soluzione ragionevoli, possibili, incrementabili nel tempo sia un atto di responsabilità, che consenta di costruire un consenso più ampio su questi temi, di svelare opposizioni infondate, di far crescere una passione per la costruzione del bene comune come valore fondante della nostra democrazia.
Non per spegnere l’indignazione, ma per conservarla come spinta per il cambiamento, innanzitutto a partire da ognuno di noi, dai nostri comportamenti, dalle nostre scelte.

 

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