Media e minori: servono regole anche per le app dei bambini

Dai giornali oggi in edicola vi segnaliamo un articolo del giornalista economico e commentatore Massimo Sideri, perché rischia di passare inosservato a quanti sfogliano velocemente il Corriere della Sera. Il pezzo di Sideri, collocato nella pagina Idee&Opinioni, solleva il problema delle regole per le applicazioni su dispositivi mobili dedicate ai bambini. “Perché non pensare a un codice di autoregolamentazione delle multinazionali di Internet su app e bambini?”

app-per-bambiniÈ ora che le multinazionali di internet si diano regole per le “app” dei bambini
di Massimo Sideri
Corriere della Sera, 4 luglio 2014
Sembra passato un secolo, ma erano solo gli anni Novanta quando si dibatteva se impedire alle cartomanti di apparire nella fascia protetta in televisione. Il codice di autoregolamentazione su Tv e minori, d’altra parte, è solo del 2002: ci sono voluti oltre 50 anni di televisione analogica e generalista per arrivare a un documento maturo che non fosse la semplice e formale difesa dei costumi morali basati sulla sacralità della famiglia. Un passaggio importante che però, 12 anni dopo, sembra già non avere molto senso. Nel 2014 anche se la tv è tutt’ altro che morta – in Paesi come l’Italia prevale ancora su Internet – il palinsesto non gode certo di ottima salute. E c’è da chiedersi come aggiornare documenti importanti come il Codice di autoregolamentazione di fronte a una tv parcellizzata, ubiqua e on demand.
Anche perché i parental control non sono un’opzione come impara presto ogni genitore. Ma forse i tempi sono maturi anche per fare un passo ulteriore e cambiare gli stessi paradigmi di allerta: se infatti solo negli anni Novanta il tema erano le cartomanti ora i rischi vengono da mondi apparentemente più protetti e sicuri, come quello delle applicazioni.
Proprio in questi giorni Amazon si sta scontrando con la Federal Trade Commission per le cosiddette kids in-app purchases , cioè gli acquisti fatti dai bambini su applicazioni apparentemente gratuite. Anche Apple aveva dovuto affrontare un’accusa simile solo pochi mesi fa e da qualche anno, dopo le cause subite da parte di molti genitori americani, le app “gratuite” devono segnalare al momento del download se offriranno servizi a pagamento. Il problema è complesso ma esiste. E relegarlo solo nelle aule di tribunale non è forse la strada migliore che la storia ci insegna. Per esempio, dovendo apprendere dalla tv, perché non pensare a un codice di autoregolamentazione delle multinazionali di Internet su app e bambini? I grandi come Apple, Amazon e Google potrebbero fare da apripista. I piccoli seguirebbero. E per questo nuovo (ricchissimo) mercato sarebbe un bell’atto di maturità .
Massimo Sideri
smarteconomy.corriere.it

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