Secondo il Censis studiare non funziona più da ascensore sociale

È stato dedicato alla scuola il terzo dei quattro incontri del tradizionale appuntamento di riflessione di giugno “Un mese di sociale”, promosso dal Censis sul tema de “I vuoti che crescono”. Ieri si è parlato di scuola come strumento di mobilità sociale. Al primo impiego solo il 16,4% dei ventenni è salito nella scala sociale rispetto alla famiglia di provenienza.

“Una volta si studiava per migliorare la propria posizione sociale”, scrive il Censis. “Ma oggi il sistema educativo sta perdendo la tradizionale capacità di garantire opportunità occupazionali e di funzionare come strumento di ascensione sociale. Al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente rispetto alla famiglia di origine. E la scuola non riesce a svolgere la funzione di riequilibrio sociale per i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate. L’abbandono scolastico tra i figli dei laureati è un fenomeno marginale (riguarda solo il 2,9%), sale al 7,8% tra i figli dei diplomati, ma interessa quasi uno studente su tre (il 27,7%) se i genitori hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo. L’uscita precoce dai circuiti scolastici riguarda il 31,2% degli studenti i cui genitori svolgono professioni non qualificate, contro appena il 3,9% di quelli con genitori che svolgono invece professioni qualificate. Tra il 2008 e il 2013 la domanda di lavoro in Italia ha continuato a concentrarsi soprattutto sui livelli di studio bassi, gli unici a registrare un andamento positivo (+16,8%), a scapito sia dei titoli medi (-3,9%), sia di quelli più elevati (-9,9%). In questo periodo sono aumentati del 32,7% i diplomati e del 36,6% i laureati occupati in professioni che richiedono bassi skill. Il fenomeno dell’«overeducation» nel mercato del lavoro riguarda sia le lauree considerate deboli, come quelle in scienze sociali e umanistiche (43,7%), sia le lauree ritenute più forti, come quelle in scienze economiche e statistiche (57,3%), e tocca anche un ingegnere su tre. Di fatto, oggi in Europa due terzi dei giovani tra 18 e 29 anni si dichiarano ottimisti verso il futuro, in Italia la percentuale si ferma al 47,8%”.

Altro dato è la stretta connessione tra sfiducia a abbandoni scolastici. Secondo i dati elaborati dal Censis nell’anno scolastico 2013-2014 risulta “disperso” nell’arco di un quinquennio il 27,9% degli studenti, pari a circa 164mila giovani. “Complessivamente, si può stimare che la scuola statale ha perso nel giro di 15 anni circa 2,8 milioni di giovani, di cui solo 700mila hanno poi proseguito gli studi nella scuola non statale o nella formazione professionale, oppure hanno trovato un lavoro. Durante la frequenza l’11,4% degli studenti abbandona gli studi tra il primo e il secondo anno, e un altro 2,5% tra il secondo e il terzo anno. Non a caso, nel 2013 il 77,9% dei giovani italiani di 20-24 anni risulta in possesso di un diploma, contro una media europea molto più alta, pari all’81,1%”.

Per approfondire
Aumenta la sfiducia nella scuola come strumento di mobilità sociale

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