Identità digitale e privatezza

L’avvio del Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID), coordinato dall’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), è previsto entro aprile 2015. Lo scorso 9 giugno si è tenuto il primo incontro tra l’AgID e i rappresentanti delle categorie dei principali soggetti coinvolti nella fase iniziale del progetto: Pa centrali e locali, banche e i candidati al ruolo di gestore di identità (identity provider). Ma cos’è l’identità digitale? Perché si distingue tra identità debole e identità forte? Vi proponiamo tre tipi di spunti: le definizioni dei termini identità e privatezza, un passaggio del discorso del presidente Antonello Soro, Garante della protezione dei dati personali, in occasione della presentazione della relazione finale, e l’ultima “bustina di minerva” di Umberto Eco, dal titolo “La perdita della privatezza“.


identità s. f. [dal lat. tardo identĭtasatis, der. di idem «medesimo», calco del gr. ταὐτότης]. –
a. Di persona, l’essere appunto quello e non un altro: stabilire, provare l’i. di qualcuno, chi egli sia veramente; controllare l’i. di qualcuno, verificare che le sue generalità corrispondano veramente a quelle indicate in apposito documento (documento d’identità). Carta d’i., documento d’identificazione personale, munito della fotografia del titolare e altre indicazioni di stato civile e dati somatici, rilasciato dal sindaco del comune alle persone aventi più di 15 anni e residenti nel territorio della Repubblica. Libretto d’i., quello rilasciato da una banca al beneficiario di una lettera di credito circolare, contenente sia la firma autografa del beneficiario della lettera, sia gli estremi di questa; esibito ai corrispondenti della banca serve per accertare l’identità della firma di quietanza con quella apposta sul libretto all’atto del rilascio.


privatézza s. f. [der. di privato]. – In genere, carattere privato, riservato, soprattutto nei rapporti con altri; intimità familiare; è anche termine proposto, e talora adoperato, come equivalente dell’ingl. privacy (v.).


Relazione-privacyLa società digitale: dalla persona ai dati
La missione che siamo chiamati a svolgere e le sfide ambiziose che dobbiamo affrontare non possono prescindere dalla consapevolezza delle modifiche strutturali e radicali intervenute negli stili di vita, nell’organizzazione del lavoro, nei processi economici, nella modernizzazione della pubblica amministrazione: ogni nostra relazione si basa su una raccolta continua e inarrestabile di informazioni.
Dai comportamenti in Rete (pagine visitate, tempi di lettura, informazioni condivise), ai dati raccolti dalle varie applicazioni (percorsi più veloci, funzioni vitali del nostro corpo, posizione geografica) o contenute nei nostri account di posta elettronica, ai sensori intelligenti che captano anche gli stati d’animo, tutto ruota intorno alla profilazione, sempre più individualizzata e pervasiva, le cui tecniche sono in grado di elaborare raffinate identità digitali con modalità e rapidità fino ad oggi impensabili.
L’integrazione tecnologica e la connettività permanente ampliano a dismisura la possibilità di raccogliere, archiviare, elaborare informazioni e consentono, superando i limiti di tempo e di spazio, di aggregare un’enorme quantità di dati a costi contenuti (si pensi alle potenzialità offerte dal Cloud).
Siamo perennemente connessi e siamo disposti, spesso inconsapevolmente, a consegnare informazioni in cambio di vantaggi o comodità.
Quasi attoniti davanti alla “grande fiera delle meraviglie” dei prodotti digitali.
Quelle cedute però non sono soltanto le nostre generalità, ma la radiografia completa di interessi, opinioni, consumi, spostamenti, in sostanza pezzi della nostra vita che come tessere di un mosaico si scompongono e ricompongono per formare il nostro profilo identitario.
Lo spazio digitale non è una realtà parallela, ma la dimensione in cui si dispiega una parte sempre più importante della vita reale. Ogni gesto quotidiano lascia tracce digitali che nessuno potrà far scomparire.
La rappresentazione della nostra persona è sempre più affidata ad informazioni frammentate e sparse in banche dati la cui collocazione è spesso ignota.
Anche la relazione tra potere pubblico e persona si basa sempre più su una raccolta incessante di dati, di qualsiasi informazione riguardi l’individuo e le sue relazioni, sulla funzione demiurgica dell’algoritmo.
L’algoritmo classifica, incrocia, elabora, costruisce profili, archivia e indicizza le persone come astrazioni inconsapevoli, sospese in una dimensione immateriale e incapaci di essere appunto libere.
La persona digitale, dematerializzata, disincarnata, è destinata a coincidere soltanto con le informazioni che la riguardano, che altri soggetti scelgono di selezionare, trattare e rivelare attraverso i motori di ricerca.
In questo modo quelle informazioni diventano l’unica proiezione nel mondo dell’essere di ciascuno, non un doppio virtuale che si affianca alla persona reale ma rappresentazione istantanea di un’intera vita, unica memoria sociale di quella vita e, come tale, capace di condizionare la memoria individuale, di orientare relazioni e destini di ciascuno. Durante la vita e dopo la morte.
[dal discorso del presidente in occasione della Relazione annuale 2013 La protezione dei dati nel cambiamento. Big data Trasparenza Sorveglianza]


bustina-di-minervaLa perdita della privatezza
Umberto Eco – La bustina di Minerva
L’Espresso, 19 giugno 2014

Siamo ossessionati dalla difesa della riservatezza contro il Grande Fratello che ci osserva e ascolta. Almeno così sembra. In realtà tutti vogliono farsi vedere. Perché apparire, anche mostrando il peggio di sé, è l’unico modo per esistere

Uno dei problemi del nostro tempo, che (a giudicare dalla stampa) ossessiona un poco tutti, è quello della cosiddetta “privacy” – che, a voler essere molto snob, si può tradurre in volgare italiano come privatezza. Detto molto ma molto alla buona significa che ciascuno ha diritto di farsi i fatti suoi senza che tutti, specie delle agenzie legate ai centri di potere, lo vengano a sapere. Ed esistono istituzioni volte a garantire a tutti la privatezza (ma, mi raccomando, chiamandola “privacy”, altrimenti nessuno la prende sul serio). Per questo ci si preoccupa che attraverso le nostre carte di credito qualcuno possa sapere che cosa abbiamo comprato, in che albergo siamo scesi e dove abbiamo cenato. Per non dire delle intercettazioni telefoniche, quando non indispensabili ai fini dell’individuazione di criminali, e addirittura recentemente Vodafone ha lanciato un allarme per la possibilità che agenti più o meno segreti di ogni nazione possano sapere a chi telefoniamo e che cosa diciamo.
Sembra dunque che la privatezza sia un bene che ciascuno vuole difendere a ogni costo, per non vivere in un universo da Grande Fratello (quello vero, di Orwell) dove un occhio universale può monitorare tutto quello che facciamo, o addirittura pensiamo.

Ma la domanda è: ci tiene davvero tanto la gente alla privatezza? Una volta la minaccia alla privatezza era il pettegolezzo e ciò che si temeva del pettegolezzo era l’attentato alla nostra reputazione pubblica, e il portare in piazza i panni sporchi che dovevano essere legittimamente lavati in famiglia. Ma, forse a causa della cosiddetta società liquida, in cui ciascuno è in crisi di identità e valori, e non sa dove andare a cercare i punti di riferimento rispetto cui definirsi, l’unico modo di acquistare un riconoscimento sociale è quello di “farsi vedere”, a ogni costo.
E così la signora che fa commercio di sé (e una volta cercava di tener celata ai parenti o ai vicini la propria attività) oggi, facendosi magari chiamare “escort”, allegramente assume il proprio ruolo pubblico, magari presentandosi in televisione; i coniugi che un tempo tenevano gelosamente celati i loro dissidi, partecipano alle trasmissioni “trash” per recitare vuoi la parte dell’adultero vuoi quella del cornuto, tra gli applausi del pubblico; il nostro vicino di treno telefona ad alta voce quel che pensa della cognata o quello che il suo fiscalista deve fare; gli indagati di ogni risma invece di ritirarsi in campagna sino a che l’ondata dello scandalo non si sia calmata, aumentano le loro apparizioni, col sorriso sulle labbra, perché meglio ladro risaputo che onesto ignorato da tutti.

Recentemente su “Repubblica” è apparso un articolo di Zygmunt Bauman in cui si rileva che i “social network” (massime Facebook), che rappresentano uno strumento di sorveglianza dei pensieri e delle emozioni altrui, sono sì usati da vari poteri con funzioni di controllo, ma grazie alla partecipazione entusiastica di chi vi partecipa, Bauman parla di «società confessionale che promuove la pubblica esposizione di sé al rango di prova eminente e più accessibile, oltre che verosimilmente più efficace, di esistenza sociale». In altre parole, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli spiati collaborano con le spie per facilitare il loro lavoro, e traggono da questa resa motivo di soddisfazione perché qualcuno “li vede” mentre esistono, e non importa se talora esistono come criminali o come imbecilli.
È pur vero che, una volta che qualcuno può sapere tutto di tutti, quando i “tutti” si identifichino con la somma degli abitanti del pianeta, l’eccesso di informazione non potrà produrre che confusione, rumore e silenzio. Ma questo dovrebbe preoccupare le spie, mentre agli spiati va benissimo che di loro, e dei loro segreti più intimi, sappiano almeno gli amici, i vicini e possibilmente i nemici, perché questo è il solo modo di sentirsi vivi e parte attiva del corpo sociale.

E allora perché preoccuparsi tanto della privatezza? Non ne importa niente a nessuno. L’importante, per esistere, è farsi vedere.

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