Analfabetismo di ritorno: Tullio De Mauro spiega la “regola del meno cinque”

Secondo la “regola del meno cinque”, da adulti, se le conoscenza acquisite a scuola non vengono tenute attive, si regredisce di 5 anni rispetto ai livelli massimi raggiunti in gioventù. Anche gli over 60, se adeguatamente sostenuti nei processi di formazione, possono continuare ad apprendere, fino a guadagnare almeno 5 anni di alfabetizzazione funzionale e tecnologica. Dalla rassegna stampa di oggi vi proponiamo l’intervista a Tullio De Mauro sull’analfabetismo di ritorno, pubblicata su Il Mattino.

Il-Mattino-290514L’intervista
«Così gli italiani ridiventano somari»
Tullio De Mauro spiega l’analfabetismo di ritorno: «Regrediamo se il cervello non si allena»
di Ida Palisi
Il Mattino, 29 maggio 2014

Italiani popolo di analfabeti, o quasi. Pare che in età adulta si deteriorino le competenze costruite a scuola, e che la regressione riguardi le abilità generali di base: leggere, scrivere e anche far di conto. A dirlo è la ricerca internazionale Piaac – Programme for the International Assessment of Adult Competencies – un’indagine sui livelli di conoscenza e capacità degli adulti in lettura e comprensione di testi scritti, risoluzione di problemi matematici, conoscenze linguistiche.
Dall’inchiesta, che ha interessato un campione di 166mila adulti (tra i 16 e i 65 anni), risulta infatti che all’Italia spetta il primato negativo in Europa per il cosiddetto «analfabetismo di ritorno», seguita da Spagna e Francia: la regressione colpisce in modo più grave le popolazioni in cui non c’è una cultura diffusa del leggere e del tenersi informati. Questi risultati sono stati presentati a Napoli in un seminario organizzato dal professor Emilio Balzano dell’Università Federico II, che ha visto la partecipazione di Tullio De Mauro, linguista, professore emerito dell’Università di Roma La Sapienza, già ministro della Pubblica istruzione (nel 2000-01).

Professor De Mauro, quali sono le cause principali che determinano questa regressione?
«Quella principale è una tendenza d’ordine biologico e psicologico: data la natura selettiva della nostra memoria, si constata che in età adulta tendiamo a regredire di cinque anni rispetto ai livelli massimi raggiunti durante gli studi a meno che, ed è fondamentale, non continuiamo a esercitare quella competenza. Per esempio, nell’ ultimo anno di liceo ci siamo inoltrati in argomenti non elementari di matematica ma, se non diventiamo bancari, geometri o ingegneri, la nostra matematica adulta si rattrappisce e, se va bene, torna ai livelli della terza media. Così avviene per ogni altro campo. Se non leggiamo libri o romanzi, di tutta la storia studiata restano brandelli sospesi nel vuoto: Pirro re dell’ Epiro, Stlicone, trattato di Campoformio».

Ma siamo sicuri che sia una novità? O semplicemente prima certe cose non si misuravano? In fondo molti esercitano la lettura solo a scuola, poi smettono.
«No è del tutto una novità. Negli anni Novanta alcuni di noi hanno insistito sul fatto che gli analfabeti non sono solo quelli che si dichiarano tali ai censimenti dell’Istat, ma ce ne sono molti altri. Cercavamo di formulare ipotesi attendibili partendo da altri dati: meno di metà della popolazione adulta leggeva giornali, meno di un terzo libri, il 20-25 per cento dei licenziati alle scuole inferiori avevano gravi difficoltà di lettura e scrittura. Ma erano solo congetture e venivamo criticati. Poi le indagini promosse in vari paesi e in Italia da Statistics Canada sono state riprese su scala più ampia dall’ Ocse nel 2012-13. Grazie a cinque questionari di difficoltà crescente, abbiamo un quadro analitico certo dei diversi livelli di capacità di lettura e di uso di strumenti matematici e scientifici della popolazione in età di lavoro di 23 Paesi, Italia compresa».

La regressione colpisce le competenze di base della lettura e della scrittura. Rispetto a vent’ anni fa, cosa è cambiato?
«La nostra conoscenza dei fatti. Nelle indagini fatte in Italia è restato costante un dato: solo il 30 per cento degli adulti ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono solo in un orizzonte ristretto, subendo quel che succede senza saper capire e reagire».

C’è una specificità italiana rispetto agli altri Paesi interessati dallo studio?
«Certo, la quantità. In tutti i paesi ci sono masse consistenti di persone sotto il livello minimo di competenze. In Francia, Germania, Usa, Gran Bretagna, più della metà della popolazione è in questa condizione. Anche in paesi più virtuosi – Olanda, Finlandia, Corea, Giappone – la percentuale sfiora il 40».

È stata rilevata qualche differenza tra il Sud e il Nord Italia?
«Le differenze emergono solo per grandi comparti. Il Nord-Est ha livelli nord-europei, Sud e Isole tirano in basso, verso Spagna e Grecia, la percentuale complessiva. L’indagine offre una base eccellente per successivi studi più mirati e, soprattutto, per interventi che già sono stati individuati da un gruppo di lavoro interministeriale. Interventi che sarebbero possibili se le forze politiche volessero occuparsene».

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