Rapporto Pisa sul problem solving. L’intervista ad Alfonso Molina

Gli insegnanti, secondo Alfonso Molina, sono chiamati a una grande sfida: “trasformare il loro modo di stare in classe, essere sempre più direttori d’orchestra, consulenti per gruppi di ragazzi che lavorano insieme e imparano”. La giornalista Antonella De Gregorio per lo speciale del Corriere.it dedicato all’ultimo rapporto Pisa 2012 “Creative Problem Solving Students’ skills in tackling real-life problems” (Oecd 2014), ha intervistato Alfonso Molina, direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale e professore di Strategie delle tecnologie all’Università di Edimburgo.

OECD-Pisa-problem-solvingIl computer a scuola? Da solo non basta
L’esperto: «Difficoltà crescenti, strategie, tattiche d’azione: così il computer amplia la mente». Ma non è sufficiente il pc per insegnare approcci nuovi e creativi
di Antonella De Gregorio

Il computer in classe non è per tutti. E non per tutti è utile. Lo dicono i dati Ocse, nel capitolo dell’indagine dedicato alle nuove tecnologie a scuola, il cui impatto varia da Paese a Paese. Intanto la disponibilità: in classe lo usano in media il 72% degli scolari; meno del 50% a Shanghai, Corea, Turchia e Uruguay; più di 9 su 10 in Olanda, Australia e Norvegia. Ma non ci sono relazioni univoche e dirette con questi dati. Il rapporto tra uso del computer a scuola e abilità di problem solving è positivo in 11 casi (Olanda, Australia, Norvegia, Svezia, Slovacchia, Serbia, Shanghai, Taipei, Spagna e Belgio); negativo in sei (Israele, Uruguay, Singapore, portogallo, Danimarca, Estonia); irrilevante in 16, fra i quali l’Italia.

Utile a casa
Diverso il dato statistico che analizza la situazione tra le mura domestiche, dove quasi tutti gli adolescenti (il 95%), possono contare su pc o laptop. Non però, a sorpresa, quelli che vivono in Giappone (in casa ne hanno uno a disposizione l’81,4%) e Shanghai (85,5%); o in Corea (83%) e Cile (87%).
Dall’indagine, in questo caso, emerge con evidenza che – al netto del gap sociale, tolti cioè dal computo i ragazzi che provengono da famiglie che il lusso dell’hi tech non se lo possono permettere – la disponibilità di computer in casa e il loro uso alza il livello delle prestazioni. Il risultato medio al test (510 punti contro una media Ocse di 500) può essere dunque spiegato anche con la frequentazione di mouse e tastiera.

A scuola serve a poco?
Insomma, usare un computer a casa fa bene e a scuola così-così? Alfonso Molina, direttore scientifico della Fondazione Mondo Digitale e professore di Strategie delle Tecnologie all’Università di Edimburgo (Uk) non è sorpreso: «Intanto dipende dall’utilizzo che gli insegnanti fanno delle tecnologie: se per spingere i ragazzi a fare scoperte, a sviluppare pensiero astratto, capacità di suddividere i problemi e cercare risposte; in questo caso avranno risultati soddisfacenti. Non altrettanto se il pc è uno strumento alternativo alla carta e alla penna per fare lezioni tradizionali». Molina è però convinto che «basta uno schermo di computer ad aprire una finestra gigantesca sul mondo della conoscenza, ad allargare la mente». «Extended mind», dice la teoria cognitiva. Ma, anche senza scomodarla, bastano la pratica e l’evidenza a dimostrare che l’accesso alle tecnologie apre spiragli ad esperienze e saperi che, senza, non sarebbero possibili.

Apre la mente
E secondo l’esperto, dall’ultimo test Ocse-Pisa, l’analisi sul «problem solving» aiuta a capire che la dimestichezza con il computer aiuta i ragazzi: apre la mente, insegna a procedere con invenzione, tentativi ed errori, intuizione. In questo i 15enni italiani sono in gamba, ma non sono i soli: in 29 paesi su 33 l’uso del pc, costituisce un vantaggio relativo quando si tratta di affrontare i problemi della vita reale e di trovare soluzioni.

Tra fisica e videogame
Certo, non solo il tempo trascorso in rete: «per imparare e trarre ispirazione è importante anche ciò che si fa – dice Molina – un videogioco eccita i ragazzi e la sua struttura a livelli aiuta a puntare a difficoltà crescenti, a mettersi alla prova in compiti sempre più complessi». «Bene anche i giochi di attacco o di guerra, per sviluppare tattiche d’azione, allenarsi a prendere rapidamente decisioni efficaci». Meglio poi se si usano anche videogame come «Minecraft» – un gioco di immaginazione e costruzione -, o come «Gravity» – che richiede di imparare ed applicare elementi della fisica, senza i quali non si procede.

Cambiare la didattica
Non sono il pc o la Lim, insomma, a stimolare un approccio creativo o geniale alla soluzione dei problemi, ma l’intero impianto della didattica. «Non si arriva a dominare una difficoltà, a trovare una strategia alternativa perché si batte la soluzione su una tastiera, ma grazie a insegnanti illuminati, che sanno applicare in ottica interdisciplinare abilità di classificazione di situazioni problematiche e capacità di risolvere problemi-tipo analoghi», dice. E se è vero che alla scuola non serve un computer per insegnare ad affrontare un problema, gli insegnanti sono però chiamati, secondo l’esperto, a una grande sfida: «trasformare il loro modo di stare in classe, essere sempre più direttori d’orchestra, consulenti per gruppi di ragazzi che lavorano insieme e imparano». Anche a raggiungere una condizione desiderata a partire da una condizione data». «Questo è – afferma – insegnare a “risolvere i problemi”».

Tagged , , . Bookmark the permalink.

Comments are closed.