Ministro Giannini: la priorità è riconoscere il merito degli insegnanti

“La scuola, che per decenni è stata considerata soltanto una fonte di spesa, oggi deve tornare a essere percepita come investimento nel capitale umano del Paese, un investimento che riguarda i ragazzi, le ragazze e i loro insegnanti”. Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Stefania Giannini, risponde alla proposta lanciata dal caporedattore del Domenicale del quotidiano Il Sole 24 Ore, Armando Massarenti, di coinvolgere i dottorati nel processo di rinnovamento della scuola (vedi Rivoluzionare la scuola. Una proposta).

Sole24Ore-300314Rilanciare l’istruzione / 1 – La risposta del ministro
INVESTIAMO NELLA SCUOLA
La priorità è riconoscere il merito degli insegnanti. In sinergia con i dottorati: alta qualifica scientifica e curiosità intellettuale ingredienti di base per rinnovare il Paese
di Stefania Giannini

Gentile Massarenti,
La ringrazio per lo spazio che ha voluto concedermi sulle colonne del Domenicale e per le sollecitazioni che mi sottopone con le sue domande. Prima di rispondere nello specifico alla sua proposta, tuttavia, mi lasci fare qualche breve premessa di carattere generale sul tema, caro a lei quanto a me, della scuola italiana. È passato poco più di un mese dal mio insediamento alla guida del Miur, un ministero complesso ma ricco di risorse, umane e professionali, in tutti i suoi Dipartimenti. Un ministero che voglio trasformare da dicastero «dell’emergenza» a struttura che progetta e realizza strategie.
Nel corso del mandato il mio impegno sarà massimo per mettere il Miur nelle condizioni di accelerare nel processo di ricostruzione culturale ed educativa dell’Italia. La scuola, che per decenni è stata considerata soltanto una fonte di spesa, oggi deve tornare a essere percepita come investimento nel capitale umano del Paese, un investimento che riguarda i ragazzi, le ragazze e i loro insegnanti.
Non c’è dubbio che dopo le grandi riforme degli anni Sessanta, il Governo Renzi sia il primo Esecutivo che ha messo in cima alla lista delle sue priorità i temi della scuola e dell’educazione. Il primo aspetto che abbiamo affrontato con collegialità è stato quello del l’edilizia scolastica. Un’emergenza nazionale che non può più essere rinviata: siamo intervenuti senza emotività ma nella piena consapevolezza che dovesse essere una priorità.
E siamo partiti dai muri e dai tetti. Perché, semplicemente, a scuola non ci si può far male, o compromettere la propria salute, o addirittura morire, come purtroppo è accaduto in passato. È inaccettabile. Nonostante i vincoli di bilancio il governo ha individuato subito risorse pari a 3,7 miliardi che consentiranno ai sindaci già dalla prossima estate di avviare i cantieri per poter avere dal prossimo anno scolastico scuole più belle ma soprattutto più sicure. Nelle prossime settimane predisporremo un Piano pluriennale che consentirà interventi in altre 10mila scuole su tutto il territorio nazionale.
Ma non c’è soltanto il tema delle strutture al centro dell’azione del nostro Governo. Per realizzare un Paese più sicuro e più istruito c’è bisogno di una «visione» delle azioni future. Di recente in Parlamento ho presentato le linee guida del mio mandato. E penso di essere stata molto chiara affermando che la mia azione si concentrerà attorno a quattro «parole d’ordine»: semplificazione, programmazione, valutazione e verifica.
Vorrei affrontare le nuove modalità di reclutamento dei docenti valutando insieme al Parlamento una modifica del loro status giuridico: si tratta per me di un tema non più rinviabile se veramente vogliamo innestare un processo valutativo che non sia soltanto retorica, ma un reale, concreto ed efficace strumento di miglioramento della performance didattica e formativa. Nei prossimi mesi inizieremo la discussione sul contratto degli insegnanti perché a mio avviso la loro retribuzione non può più essere pensata e quindi basata sugli scatti di anzianità, non possiamo più tollerare un meccanismo in cui l’unico modo per gli insegnanti di migliorare la loro condizione sia l’invecchiamento. È meglio premiare gli insegnanti che si assumono responsabilità e dimostrano capacità.
E ora arrivo con una puntuale replica alla sua sollecitazione. È utile «risarcire» i dottorandi regalando loro la possibilità di entrare nella scuola per, la cito, «partecipare, insieme ai migliori docenti, a un grande esperimento per rinnovare insegnamenti e metodi»? Nel suo articolo di Domenica scorsa, lei accennava al fatto che «nell’aria aleggia un rinnovato spirito di riforma». È uno spirito di cui abbiamo davvero bisogno se vogliamo guardare oltre le emergenze che ogni giorno coinvolgono i settori di cui mi trovo alla guida.
Da parte mia c’è la ferma intenzione di raccogliere la voglia di innovazione che esiste nel nostro Paese e di farne una delle linee guida della mia azione. Ebbene, la riforma dei dottorati è andata in porto, con un nuovo Regolamento nel 2013 dopo un vero percorso a ostacoli. Da anni ormai si parla della necessità di dare maggiore valore a questo tipo di percorso. Qualche giorno fa ho fatto pervenire ai rettori le nuove Linee guida per l’accreditamento di sedi e corsi di dottorato. Ho chiesto che le borse di studio coprano almeno il 75% dei posti disponibili e che il numero medio di borse sia pari a 6. Ciò che più mi preme è evitare un elevato e ingiustificato numero di dottorandi senza borsa. Questo sarà un requisito minimo affinché il corso venga definito sostenibile. A ciascun dottore, poi, che abbia la borsa o meno, va assicurato un budget per attività di ricerca per sostenere fra l’altro mobilità interna e internazionale.
Abbiamo cancellato il vincolo che prevedeva che un dottore di ricerca non potesse svolgere attività retribuite, che non potesse lavorare. Andranno verificate eventuali incompatibilità, ma mi sembra doveroso aver preso questa decisione dopo un dibattito che si è prolungato per anni.
Prevediamo anche dottorati in collaborazione con le imprese, i cosiddetti dottorati industriali. Abbiamo messo un paletto alle aziende perché deve essere soddisfatta, per l’attivazione di questi percorsi, almeno una delle seguenti condizioni. Innanzitutto la partecipazione, con esito positivo, a progetti di ricerca nazionali e internazionali, oppure aver conseguito risultati in termini di brevetti.
Con regole definite, e adesso le abbiamo, possiamo pensare a come progettare il futuro e valorizzare questi percorsi. Il contributo all’innovazione della didattica da parte dei dottorandi è certamente uno spunto interessante. E allora penso ad esempio al tema dell’orientamento, cioè alla possibilità che i dottori di ricerca possano fare da «tutor» agli studenti delle scuole superiori per aiutarli nella scelta del percorso universitario più adeguato. Inoltre penso che i dottorandi potrebbero aprire le porte dei loro laboratori ai più giovani o spostarsi fisicamente in quelli scolastici per sessioni di didattica innovativa.
La priorità è il migliore impiego dei nostri insegnanti, tenuto conto dell’enorme numero di precari che esistono nella scuola e che potrebbero essere inseriti e impiegati anche in attività di innovazione didattica. In altri termini non possiamo rischiare di relegare in un angolo tanti docenti che hanno competenze preziose e capacità e che non hanno ancora trovato la possibilità di esprimersi.
Dobbiamo quindi lavorare affinché il dottorato sia sempre più spendibile non soltanto nel mondo accademico e scolastico ma anche nel settore privato. Il nostro sforzo è far capire alle imprese che i dottorandi sono fondamentali anche nel processo produttivo perché giovani e in possesso della moneta più preziosa nel mercato globale: l’alta qualifica scientifica e la curiosità intellettuale. Due caratteristiche essenziali per affrontare qualsiasi tipo di contesto. Quindi anche una aula scolastica.

Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

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