ICT4D: le nuove tecnologie per cambiare il mondo

Nel gruppo di discussione Ong 2.0 (Social media e ICT per le ONG e il non profit) su Linkedin, la giornalista e blogger, Serena Carta, ci propone un argomento di discussione molto stimolante, che vogliamo riprendere e sottoporre all’attenzione dei lettori del nostro blog. Serena, esperta di nuove tecnologie per lo sviluppo, prova a definire le sei condizioni perché le ICT siano veramente utili nei progetti di sviluppo. E vogliamo provare anche noi ad attraversare i nostri progetti di sviluppo internazionale (Global Junior Challenge, Digital Bridge…) con le chiavi suggerite da Serena…

Ecco cosa sono e cosa non sono le ICT4D:

  1. Iniziamo a ripassarne la definizione. Dall’inglese Information and communication technology for development, le ICT4D sono un nuovo ed estremamente dinamico settore della cooperazione internazionale allo sviluppo. Le ICT comprendono quelle tecnologie che permettono di accedere a, processare e distribuire informazioni sotto forma di testo, suoni, immagini etc. Sono comunemente citate per riferirsi ai media digitali e alle tecnologie per la comunicazione (soprattutto pc, telefoni cellulari e internet). La D di development (sviluppo) individua il loro campo di applicazione. “Quale sviluppo” (economico o umano?) è un punto chiave che merita di essere approfondito in un post a parte.
  2. Se usata correttamente, la tecnologia può offrire grandi opportunità per lo sviluppo e il cambiamento economico e sociale; allo stesso tempo, se considerata come un fine e non come un mezzo, c’è il rischio che l’investimento nelle ICT si trasformi in uno spreco di risorse e che il progetto fallisca. Per questo è bene tenere a mente che le ICT4D sono un insieme di infrastrutture, contenuti e capacità. Distribuire telefoni cellulari è facile, ma non basta. La vera sfida sta nel capire se il telefono cellulare è lo strumento più adatto per portare una soluzione in quel dato contesto e nell’offrire a partner e beneficiari le giuste capacità per essere autonomi ed efficaci nell’utilizzarlo. Allo stesso modo, se un’ong decide di avviare un progetto di e-learning e nell’investire nei computer si dimentica di formare gli insegnanti, è probabile che gli studenti – in mancanza di guide preparate – non beneficeranno dei vantaggi dell’educazione digitale.
  3. Il potenziale delle ICT sta quindi nel supportare e amplificare, NON sostituire, le intenzioni e le capacità delle persone. Le ICT non contengono in sé e per sé risposte o soluzioni ai problemi che vogliamo risolvere, ma sono veicoli che possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi prefissati in maniera più facile ed efficiente. Per questo motivo dichiarazioni come quella di Nicholas Negroponte (l’inventore di One laptop per child, uno dei progetti ICT4D che ha avuto più impatto mediatico, anche per via dell’endorsement di Kofi Annan nel 2005 in sede Onu) scatenano una certa perplessità: “Lanceremo i computer dagli elicotteri per insegnare i bambini a leggere”. Una visione che la ricercatrice americana Laura Hosman ha commentato così: “Cosa succederebbe se lanciassimo una macchina elettrica di ultimissima generazione nel bel mezzo del deserto del Sahara? Niente, sarebbe una tecnologia sprecata. Lo stesso possiamo dire dei modernissimi pc progettati da Negroponte: i rapporti di ricerca ci dicono che non è stato ottenuto alcun risultato perché il design e l’appeal tecnologico non sono sufficienti a risolvere le complesse questioni sociali dei giorni nostri”.
  4. Possiamo allora affermare che le ICT4D, spesso e volentieri, non fanno rima con la tecnologia più avanzata; inoltre, non esiste un modello di riferimento adattabile a tutti i bisogni. Ogni contesto, ogni comunità, ogni progetto ha una storia a sé; allo stesso modo, ICT date per scontate in alcune parti del mondo potrebbero non avere alcun impatto altrove. Facciamo un esempio e prendiamo il caso di un’iniziativa di e-democracy in cui si invitano i cittadini a segnalare casi di corruzione tramite il telefono cellulare. Se il progetto si svolge in un’area rurale ad alto tasso di analfabetismo, è molto probabile che la popolazione preferisca inviare messaggi vocali (tramite i sistemi IVR, Interactive voice response) piuttosto che sms. Anche l’assenza di connessione e di elettricità, onnipresenti tra le fasce della popolazione “ricca”, possono rendere difficile l’utilizzo di servizi tecnologici come i cloud o lo streaming. “Sono sistemi perfetti che facilitano di molto il lavoro quando va tutto liscio – racconta Donata Columbro, di ritorno da una formazione sui social media nelle scuole in Burkina Faso – ma la connessione in Africa non lo permette quasi mai. La chiavetta USB e la scheda estraibile con cui scaricare e spostare dati sono molto più comodi, così come il Bluetooth, praticamente la linfa vitale dei cellulari che girano giù”.
  5. Le ICT4D rappresentano per natura un settore multidisciplinare che richiede l’intervento e il coinvolgimento di professionisti con backround diversi e che non può fare a meno di esperti sviluppatori. È poi un settore in cui ha una parte fondamentale la ricerca, per osservare in maniera analitica i progressi fatti e scoprire come migliorare. Last but not least, l’impegno a diffondere e condividere insegnamenti, fallimenti e buone pratiche all’insegna di un approccio open source.
  6. Infine, la comunicazione e l’informazione sono un diritto universale e contribuiscono alla sviluppo umano. Non a caso, di recente, 195 associazioni della società civile hanno chiesto all’Onu di mettere al centro del dibattito sugli Obiettivi del millennio post 2015 l’accesso a un’informazione libera e indipendente. In questo senso il contributo delle ICT potrebbe essere fondamentale.

Qui il link per leggere integralmente l’articolo
No, la tecnologia non salverà il mondo

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L’immagine in evidenza
fotografia di John Stanmeyer, VII per National Geographic, dal servizio Il viaggio più lungo, dicembre 2013
Migranti africani affollano il litorale di Gibuti cercando di captare il segnale somalo, più economico: un flebile legame con i parenti rimasti in patria o già emigrati all’estero. “Ora come 60 mila anni fa”, commenta Salopek, “ci facciamo indicare il cammino da chi l’ha già percorso prima di noi”.

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