Mario Lodi, un’idea di scuola che può continuare a vivere

“Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese” (dalla Lettera di Mario Lodi alle maestre e ai maestri d’Italia, settembre 2010).
Dalla rassegna stampa di oggi vi proponiamo due articoli pubblicati oggi sui quotidiani sul pedagogista Mario Lodi, morto a 92 anni.

Corriere-della-Sera-030314Il personaggio. Scompare a 92 anni l’educatore che aprì l’insegnamento a una varietà di linguaggi. Senza arrendersi al declino.
Mario Lodi, tutti i colori della scuola

Corriere della Sera, 3 marzo 2014

Mostre, libri, film, incontri e giornali autogestiti: la scelta degli alunni protagonisti.
Ci sono autori curiosamente legati a un titolo. Mario Lodi, nonostante la settantina di titoli della sua bibliografia, per la maggior parte delle persone credo sia un nome legato soprattutto a tre titoli, nei quali però sono già riassunte le esperienze di una vita intera. Per i ragazzi – e per chi ha conservato l’ animo del ragazzo – Mario Lodi è soprattutto Cipì , la storia di quel passerotto curiosissimo di tutto quanto gli accade attorno, che, come tutti i piccoli, si muove sventatamente, incappando in buoni e cattivi incontri, imparando però a proprie spese, dalle proprie esperienze, a crescere e maturare. Un classico della narrativa per ragazzi; ma anche qualcosa di più: perché in quel racconto del 1961 era riassunto un metodo di lavoro di quel maestro elementare cremonese quasi quarantenne (era nato il 17 febbraio 1922, è morto ieri) che poneva al centro dell’ educazione e dell’ insegnamento l’ esperienza vissuta quotidianamente dai ragazzi, protagonisti d’ ogni pratica educativa.
Era il principio d’ un percorso d’ apprendimento che, quale che fosse la materia scolastica, doveva prendere le mosse dal mondo del bambino, dalla sua quotidianità personale, familiare e sociale, dalle esperienze dei suoi stessi affetti.
Un’ esperienza positiva, approdata anni dopo nel celebre libro dal titolo che ha l’ espressione d’ un sorriso: C’ è speranza se questo accade a Vho . Ossia: la speranza di crescere senza essere «costretti» dentro maglie che devono essere necessariamente uguali per tutti. Di crescere attraverso domande e ricerche, che si traducevano in inchieste, in giornalini scolastici, in possibilità di mettere nero su bianco il frutto delle proprie curiosità, di esprimersi attraverso scritti, disegni, musica, teatro, danza, gestualità.
Un’ esperienza e un progetto che ha fatto dire ieri sera al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che con Lodi «scompare uno di quei piccoli maestri che ha fatto grande l’ Italia».
Un lavorare «insieme» con i ragazzi affidato tra il 1964-1969 a diari di lavoro con testi e conversazioni tenute coi bambini, che nel 1970 si sarebbe concretizzato nell’ altro testo pedagogicamente sconvolgente: Il Paese sbagliato . Diario di un’ esperienza didattica (Premio Viareggio), nel quale quel modo stesso di lavorare veniva a suonare atto d’ accusa contro una scuola vecchia, burocratizzata, autoritaria. E questo in un anno significativo, proprio perché interveniva dialogicamente con i movimenti di contestazione, mostrando la possibilità che, anziché esser distrutta, la scuola poteva invece essere trasformata in qualcosa che attuava concretamente spirito e valori di quella Costituzione italiana, di cui Lodi avrebbe approntato una edizione per bambini.
Ciò che altro non era se non il logico approdo di un’esperienza non solo di maestro, ma soprattutto di uomo: di chi, dall’ immediato dopoguerra, è impegnato socialmente nel processo di ricostruzione di una cosciente e convinta società democratica a partire dalla scuola, attraverso la creazione del Movimento di Cooperazione Educativa. Una società che può essere tale grazie a iniziative culturali, come la costituzione nel suo piccolo centro di una Biblioteca Popolare (ne verranno i Quaderni di Piadena ) o del Gruppo Padano, per la conservazione della memoria della cultura popolare, in quegli anni a rischio emarginazione per la calamitante curiosità della nascente televisione. Quella televisione con cui Lodi ha fatto i conti di continuo, soprattutto nell’ ottica del rapporto con essa dei bambini: senza preventiva demonizzazione, ma attento a quanto ne poteva venire loro di positivo e di negativo. E non solo i bambini, come ricorda in A tv spenta. Diario del ritorno del 2002: nel quale sono gli adulti a esser sollecitati a riappropriarsi della quotidianità, dando libero gioco alla curiosità per una mostra, un libro, un film, una passeggiata, un incontro con gli amici.
Un impegno costante, proseguito negli anni con una produzione che annovera interventi, saggi, racconti e fiabe, alcuni scritti insieme ai suoi alunni, come Bandiera , Cipì , La mongolfiera , senza dimenticare l’ indagine condotta nel 1980 in Italia, raccogliendo cinquemila fiabe inventate dai bambini a dimostrazione della loro creatività in tempi di televisione, con conseguente fondazione del giornale «A&B» scritto e illustrato interamente dai bambini. Sino a quel 1989 in cui, coi soldi del Premio internazionale Lego a Drizzona, presso Piadena, crea la Casa delle Arti e del Gioco, vero laboratorio sperimentale che studia tutti i linguaggi dell’ uomo, compresi i multimediali.
Una vita per la scuola, quella di Mario Lodi. E coi ragazzi. Perché, come ha scritto: «Ero un maestro unico che insieme ai bambini allargava il mondo reale del Paese fino a scoprire i grandi problemi planetari come quello delle migrazioni, dell’ inquinamento, della raccolta dei rifiuti. Avevo trovato tanti amici esperti dai quali imparavo tante cose».


LaStampa-030314Mario Lodi, l’Italia ricomincia dai bambini
di Mario Baudino
La Stampa, 3 marzo 2014

Morto a 92 anni. Pedagogista e scrittore, i suoi libri per ragazzi sono diventati classici. Aveva creato la Scuola della Creatività.
Nel 1970 uscì un libro, Il Paese sbagliato, che dava corpo a un sentimento diffuso ed ebbe un’ eco enorme. Mario Lodi vi raccontava le sue esperienze di maestro elementare che nel ’48 si ritrovò «mandato allo sbaraglio in una scuola ancora verticistica e autoritaria, con nel cuore e nella mente i valori della libertà, della democrazia e della partecipazione che dovevano essere alla base della nuova società da costruire». Ricevette, disse, diecimila lettere, e rispose a tutti. Non era un libro «sessantottino», non mirava a distruggere ma semmai a riformare. «Fu considerato – sono ancora sue parole – un libro rivoluzionario perché il messaggio che conteneva era quello di non parlare di libertà, ma di viverla nella normalità della scuola giorno per giorno, in un rapporto nuovo tra maestri e scolari».
Il maestro di Piadena è morto ieri, a 92 anni, straordinaria figura di pedagogo, organizzatore culturale e scrittore, autore di decine di libri per ragazzi – uno per tutti, nel ’61, il mai dimenticato Cipì, storia di un passero osservato collettivamente dal davanzale – e precursore, prima di don Milani e della Lettera a un professoressa, di un’ idea non autoritaria della scuola. Diplomato maestro nel ’40, incarcerato per antifascismo durante la guerra, fece del suo paese in provincia di Cremona una sorta di laboratorio, un centro d’ irradiazione. Scuola e Costituzione sono stati per lui (che scriverà anche una versione per bambini della Carta) un binomio indissolubile.
A monte c’ erano le esperienze francesi di Célestin Freinet e della sua pedagogia popolare; come obiettivo la necessità che gli scolari procedano per tentativi nella costruzione della loro personalità; come orizzonte l’ importanza delle attività motorie ed espressive. Nel ’63 pubblica una sorta di diario di queste prime esperienze, C’ è speranza se questo accade al Vho, l’ istituto di Piadena dove insegnò a partire dal ’56, diventato negli anni un classico (pubblicato da Einaudi, come gran parte dei suoi scritti maggiori).
Crea la «Scuola della creatività» dove bambini, ragazzi e adulti sperimentano insieme.
Con la borsa del «Premio Lego» destinato a personalità che abbiano dato un contributo eccezionale al miglioramento della qualità di vita dei bambini, fonda nell’ 89 nella cascina Drizzona, sempre a Piadena, la «Casa delle Arti e del Gioco».
Lì vivrà e lavorerà, in un laboratorio di «sperimentazione dei linguaggi» affiancato da un centro studi sulla cultura del bambino e una pinacoteca dell’ età evolutiva. Bambini e contesto sociale, educazione e linguaggi, spontaneità e autonomia, ma anche poesia: con questi capisaldi Mario Lodi esercita un magistero e un’ influenza culturale importantissimi, non solo in Italia. Si affaccia al cinema (Partire dal bambino, quattro episodi per la Rai con la regia di De Seta, nel ’78), lancia il Giornale dei bambini. È molto critico nei confronti della televisione, che vede «proliferare in modo selvaggio e senza un codice etico» a partire dagli anni 90; le dedica un romanzo, La tv a capotavola (Mondadori) ma anche la campagna «Una firma per cambiare la tv», che raccoglie oltre 500 mila adesioni.
Il suo lavoro non finisce con lui, perché intorno alla Casa delle arti e alla figlia Cosetta si sono radunati nel tempo insegnanti e formatori. Il lascito non è consolatorio. In uno degli ultimi interventi ricordò gli anni del dopoguerra: «Come allora, anche oggi c’ è bisogno di ricostruire moralmente una società, recuperando i valori abbandonati».

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