I maestri Manzi di oggi: “Anche per noi non è mai troppo tardi”

Dalla rassegna stampa di oggi vi proponiamo un articolo pubblicato sul quotidiano La Repubblica che racconta chi sono i nuovi maestri Manzi, al mattino insegnanti e al pomeriggio volontari in contesti difficili. In comune hanno la fiducia nei ragazzi. E anche noi come Fondazione Mondo Digitale in questi anni ne abbiamo conosciuto tanti…

Buoni-mestri“Anche per noi non è mai troppo tardi”
di Mariapia Veladiano
La Repubblica, 28 febbraio 2014

Sono insegnanti al mattino e volontari al pomeriggio nei quartieri difficili, come Scampia a Napoli. In prima linea per aiutare chi ha difficoltà a scuola, chi rischia di mollare le lezioni. Si occupano di stranieri ma anche di tanti italiani. Li tolgono alla strada. Sono convinti che questi ragazzi ai quali dedicano il loro tempo possano essere sottratti a un destino già scritto. Ecco chi sono questi maestri speciali, gli eredi di Alberto Manzi.

L’analfabetismo in Italia non è sconfitto. E, tra volontariato e didattica militante, sopravvivono anche gli educatori di strada. Sono i Manzi di oggi

“Anche per noi non è mai troppo tardi”
Sulla scuola oggi non si può essere troppo ecumenici, bisogna essere di parte, la parte di chi rischia che l’ istruzione non sia più un suo diritto, per colpa della crisi economica, della sciatteria politica, del calcolo astuto di chi sfrutta a fini suoi l’ ignoranza altrui. E dovrebbe essere la buona politica a preoccuparsi che questo accada ma non lo fa e allora ci sono i buoni maestri e le buone maestre. In qualche modo eredi di Alberto Manzi che ha reso possibile per molti italiani quel “non è mai troppo tardi”, che era il titolo della sua trasmissione più popolare.
Questi maestri oggi non parlano dalla televisione ma sono a scuola, fuori dalla scuola e, come dire, a scavalco: insegnanti al mattino, volontari al pomeriggio. Sono presenti a spaglio, in quartieri che conosciamo per la loro lunghissima storia di dolore e degrado, come Scampia a Napoli, e poi anche a Milano, Roma e Reggio Calabria. Il giovanissimo Rosario Esposito La Rossa ha 25 anni, “educatore con lo sport”, dice. Franca Caffa ha 85 anni, di cui 25 impegnati nel “Doposcuola di Calvairate”, a dare aiuto a ragazzini che se non finivano la scuola finivano a spacciare, dice.
A sentirli parlare si capisce cosa li muove. La fiducia nei ragazzi. La certezza che dare fiducia vuol dire mettere in moto un meccanismo di riparazione nelle loro vite deprivate. Credere che sono capaci, possono sottrarsi a un destino che sembra scritto. E questo riparare passa attraverso la relazione. Che può esistere anche se i ragazzi che si hanno davanti sono tanti, l’importante è che ci interessi davvero quel che sono. Poi certo bisogna dare le parole, la cultura che li tenga lontanissimi dal 5 per cento di italiani inchiodati dall’ analfabetismo strumentale, cioè che non sanno leggere, e anche dal 33 per cento di italiani afflitti da analfabetismo funzionale, ovvero che non sono in grado di comprendere istruzioni, articoli, discorsi. Questi maestri non si occupano certo solo di stranieri. Fra le nuove povertà c’ è la mancanza di tempo e colpisce ovunque. I genitori sono impegnati in lavori che rubano la relazione con i figli e questi sono soli e anche bocciati. Non è facile per la scuola, oggi è accusata di tutto. L’alleanza con la famiglia e la società è sfaldata. C’è un rischio, che oggi è quasi un destino: quello di dover essere maestri speciali, diversamente maestri rispetto agli insegnanti fannulloni incapaci illicenziabili e quindi impuniti che viaggiano nel pregiudizio della piazza. Ma queste esperienze di maestri diversi sono anche esperienze di socializzazione del problema, come si dice. Nessuna scuola è autosufficiente, neanche se ha tutto quel che le serve e di più. L’autosufficienza è un tarlo tremendo che sbriciola la nostra propensione a sentirci solidali, responsabili nel modo in cui possiamo e sappiamo. Per cui va bene questa disseminazione di esperienze d’ aiuto, è l’ espressione bella del nostro credere che insieme è meglio sempre, che la scuola, la convivenza sono cose di tutti. E c’è anche la possibilità che da queste esperienze arrivino alla scuola, per via obliqua, delle idee precise, tipo che se non si libera la scuola dalla burocrazia a favore della relazione non si va da nessuna parte, che i programmi (non ci sono più in senso stretto, ma non è informazione così conosciuta ancora) passano sempre attraverso la curiosità dei ragazzi, che senza la passione, proprio la passione, per la propria disciplina e per i ragazzi, fare l’insegnante è nocivo. Parlare di scuola vera è sempre una buona cosa perché ancora una volta si scopre che ciò che non appare è quel che più conta, e mentre la narrazione comune di scuola, anche nei libri, insegue perversioni e scandali per vendere forse una copia in più, c’è chi non si permette nessun cinismo passatista e dice che la società può continuare a essere civile attraverso questi ragazzi non più irrigiditi dalla delusione di sé. La deprivazione culturale è immediatamente un ostacolo alla partecipazione sociale (non si capisce di essere ingannati, non si trovano strade condivise, per contrapporsi bastano poche parole) e politica (si crede ai truffapopoli di quartiere e di stato), allo sviluppo economico (si dipende dal resto del mondo) e alla realizzazione della propria libertà e felicità, perché non possiamo realizzare quel che siamo. E così essere di parte, quando si parla di scuola, vuol dire essere dalla parte di tutti.

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