La valutazione della scuola, presentato il 4° rapporto

Oggi la Fondazione Agnelli ha presentato il suo nuovo rapporto “La valutazione della scuola. A che cosa serve e perché è necessaria all’Italia” (Editori Laterza), volume in libreria da domani. Vi proponiamo un’ampia pagina con i principali articoli pubblicati sui quotidiani di oggi: Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e La Stampa.

Avvenire-190214La scuola di qualità Un voto per crescere
«La valutazione è indispensabile» Ma i docenti la vivono con diffidenza
Avvenire, 19 febbraio 2014
Milano. Valutazione nella scuola? Assolutamente sì, con l’obiettivo di migliorare il sistema e non per giudicare l’ operato dei docenti. Ma soprattutto la consapevolezza, che «su questo terreno non possiamo perdere ulteriore tempo». È quasi un appello «disperato» quello che la Fondazione Giovanni Agnelli lancia con il suo quarto rapporto sul mondo della scuola intitolato «La valutazione della scuola. A che cosa serve e perché è necessaria all’ Italia». «Rinviare la partenza del treno della valutazione a un momento più propizio o perfino sine die – commenta Andrea Gavosto, direttore della Fondazione – sarebbe un errore». E proprio il tema della valutazione è al centro del rapporto, che in passato ha toccato altri nervi scoperti del sistema scolastico italiano (la condizione degli insegnanti, i divari negli apprendimenti e la crisi della scuola media inferiroe), che sarà presentato oggi alle 18 a Roma nella sede dell’ Editori Laterza in via di Villa Sacchetti. E a parlare di valutazione nella scuola saranno tre ex ministri dell’ Istruzione che su questo tema si sono confrontati e anche scontrati: Luigi Berlinguer, Maria Stella Gelmini e Francesco Profumo. Assente giustificato l’ attuale ministro Maria Chiara Carrozza dopo le dimissioni del governo Letta.
Tre ex ministri dell’ Istruzione che possono testimoniare quanto il cammino della valutazione sia irto di ostacoli e tensioni. Percorso che il rapporto della Fondazione Agnelli cerca di analizzare sotto tutti gli aspetti, mettendo in risalto luci e ombre dello stesso cammino fatto. «Siamo convinti che dare una risposta non ideologica agli interrogativi che solleva la valutazione – spiega ancora il direttore Gavosto – sia un passaggio decisivo per il futuro e la salute dell’ istruzione in Italia». Già perché, racconta nel dettaglio il rapporto, «senza valutazione oggi è impossibile fare diagnosi precise dei punti di forza e di debolezza del sistema scolastico e delle singole scuole», anche perché senza valutazione in Italia si corre «il rischio di un ulteriore crollo della fiducia nella scuola».
Il primo tasto dolente comincia proprio qui: il coinvolgimento dei docenti. Oggi sono loro i più diffidenti (se non ostili) verso la valutazione, come hanno potuto sperimentare i tre ex ministri dell’ istruzione presenti oggi alla presentazione. Il rapporto indica quattro motivazioni: i prof si sentono «sotto tiro e sono convinti che la valutazione possa danneggiarli », non hanno chiarezza su scopi, metodologie e strumenti della valutazione stessa, non hanno neppure ricevuto una formazione sul tema, e temono «erroneamente» che essere valutati metta in dubbio il principio costituzionale della libertà di insegnamento. «I docenti alcune buone ragioni per essere diffidenti le hanno – commenta Gavosto -, ma sbagliano quando si rifiutano di considerare che cosa di buono la valutazione può offrire. L’ introduzione di procedure valutative serie e condivise li aiuterebbe a fare una migliore diagnosi dei bisogni formativi dei propri allievi».
Ma quale sistema utilizzare e con quali finalità? Altro nervo scoperto.
Oggi le prove Invalsi (preparate da un ente esterno per verificare il grado di apprendimento degli studenti in alcune fasce d’età e che prepara il quarto scritto dell’esame di terza media) sono guardate con sospetto, e, come dimostra anche il rapporto della Fondazione, vengono «truccate» aiutando i propri studenti nel compilare il questionario sottoposto. Per la Fondazione Agnelli «indipendentemente dalla bontà degli strumenti a disposizione » la condizione più importante «è quella del consenso sociale » e del coinvolgimento del corpo docente, perché ne comprenda le finalità e le potenzialità. Del resto «non si può fare una valutazione contro di loro e neppure senza di loro».
Insomma una valutazione che «permette di individuare le criticità delle scuole e del sistema scolastico – e non del singolo docente, cosa tra l’ altro impossibile attraverso questo strumento – e pone le premesse per il miglioramento organizzativo e didattico ». Si pensi solo alle prove Invalsi che in nove anni scolastici hanno raccolto quasi 16,5 milioni di prove, monitorando alcuni studenti anche durante il loro cammino scolastico. Ma tutto questo con quali obiettivi? «La conseguenze del processo di valutazione delle scuole – risponde nel capitolo conclusivo del rapporto – non devono comportare misure premiali né punitive. Piuttosto potrebbe avere un effetto sul grado di autonomia di cui possono disporre le singole scuole». Insomma migliori risultati più autonomia nella propria gestione. Una sfida che il rapporto pone al mondo della scuola italiana. Ma con una avvertenza: «Non possiamo più perdere tempo per intraprendere seriamente questo percorso».

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Corriere-della-Sera-190214Il rapporto Le proposte per misurare la qualità. Via l’esame di terza media: «È inutile». La scuola e la valutazione dei prof «I presidi scelgano i migliori»
Il modello della Fondazione Agnelli: ispettori e dati pubblici.
di Gianna Fregonara
Corriere della Sera, 19 febbraio 2014

ROMA – Via l’ esame di terza media, una maturità «nazionale» con prove standard corrette fuori dalle scuole, ispettori del ministero per giudicare il lavoro nei singoli istituti. E alla fine un giudizio pubblico che permetta a genitori e studenti di scegliere con dati oggettivi la loro scuola. E a presidi e dirigenti che hanno passato l’ esame dimostrando la qualità del loro istituto di avere più autonomia, fino ad arrivare ad assumere (con trasparenza) gli insegnanti per la loro scuola.
Sono passati undici anni dalla doccia fredda dei risultati dei test Ocse-Pisa, che decretarono per la prima volta nel 2003 in modo inequivocabile la scarsa qualità della scuola italiana. Dopo vent’ anni si tornava a parlare di valutare studenti, scuole e insegnanti dopo che i timidi approcci degli anni Cinquanta erano stati sepolti negli anni Settanta. Oggi, dopo una riforma (Gelmini) e altri tre monitoraggi internazionali, la Fondazione Agnelli porta in libreria un rapporto dettagliato dal titolo «La valutazione della scuola, a che cosa serve e perché è necessaria in Italia» (Editore Laterza).
Non si tratta solo di fare il punto sui primi progressi – testimoniati anche dalle prove Ocse-Pisa 2012 pubblicati a dicembre – e sullo stato della scuola. La Fondazione, con la penna del suo direttore Andrea Gavosto, articola una serie di proposte perché «non si perda l’ ultimo treno per rendere effettiva ed efficace la valutazione della scuola italiana, dopo quindici anni di tentativi e sperimentazioni».
Il modello proposto dal volume della Fondazione è di ispirazione anglosassone e parte dall’ idea che «senza valutazione oggi sia impossibile fare diagnosi precise dei punti di forza e debolezza della scuola pubblica». Che fine fanno i test dell’ Invalsi, le prove che tolgono il sonno agli insegnanti e che ora spaventano anche i genitori? Secondo il progetto che verrà presentato oggi le prove devono servire a valutare il sistema scolastico come se fossero un’ estensione annuale del rapporto dell’ Ocse, e per questo «l’ Invalsi dovrebbe essere un istituto autonomo dal ministero di cui valuta il lavoro».
Ma le novità principali riguardano il lavoro degli insegnanti. Su questo punto, secondo Gavosto, non si può pretendere una valutazione esterna, per due motivi. Primo, senza la collaborazione degli insegnanti non si ottiene un quadro preciso: «Il fenomeno dei docenti che barano nei test Invalsi non è solo italiano, tuttavia non permette di avere una valutazione globale». Si è poi dimostrato variamente in questi anni che il valore aggiunto dato dall’ insegnante singolo in una classe è difficilmente misurabile.
Meglio allora il controllo tra pari e i poteri al preside sulle carriere. E niente premi ai migliori come invece hanno promesso alcune sperimentazioni, ma invece: «Le scuole che superano il vaglio della valutazione avendo dimostrato capacità di autogestirsi – si legge nel volume della Fondazione Agnelli – potrebbero ottenere margini crescenti di libertà amministrativa e gestionale: ad esempio permettendo di chiamare direttamente i docenti attraverso procedure trasparenti tra quanti hanno ottenuto l’ abilitazione oppure potendo disporre liberamente dei fondi per la formazione dei docenti». Le scuole che invece risulteranno deboli saranno monitorate dal ministero.
A parte l’ allarme sul sistema perché «vediamo una certa inerzialità che non induce all’ ottimismo», le proposte della Fondazione riguardano anche l’ organizzazione degli esami per gli studenti: «Andrebbe abolito quello di terza media che ormai, con la fine della scuola dell’ obbligo a 16 anni è inutile». Meglio una certificazione delle competenze a 16 anni e poi una versione di «central exams» comparabili a livello nazionale: «Ci potrebbero essere prove standardizzate in tutte le materie o criteri di correzione omogenei», un modo per chiudere la vicenda dei bonus maturità e per ridurre anche il peso (e lo stress per gli studenti) degli esami di ammissione all’ Università.
Ultima novità è il tentativo di creare una vera e propria carta d’ identità dei singoli istituti: «I risultati della valutazione devono essere pubblici – conclude Gavosto – questo è il loro ruolo, devono servire alle famiglie e agli studenti per poter scegliere la loro scuola. Questo serve soprattutto alle famiglie più in difficoltà che spesso non riescono ad avere accesso alle informazioni sulle scuole».

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Corriere-della-Sera-190214Il giudizio che può cambiare la scuola
di Francesco Antonioli
Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2014

Sistema di valutazione al centro del rapporto della Fondazione Agnelli.
Ora o mai più. Se è vero per il sistema Italia, è verissimo per la scuola. O si cambia passo o si sprofonda. Il pianeta istruzione ha un mucchio di problemi, ma è decisivo partire dalla “valutazione”: senza, è impossibile stilare diagnosi precise dei punti di forza e di debolezza dei singoli istituti. È un tema decisivo, ma molto controverso. Perché è il pasticciaccio brutto del “patto scellerato” su cui il nostro Paese, ormai da tempo immemore, fonda il rapporto tra Stato e insegnanti: poco ti do’, poco ti chiedo. Effetto, anche, dei meccanismi piatti e disincentivanti di carriera. Avvilente, se pensiamo alle motivazioni di chi ha la responsabilità di formare gli adulti di domani. Ecco perché la Fondazione Giovanni Agnelli (Fga) di Torino, dopo un lungo approfondimento, ha dedicato un articolato rapporto alla «Valutazione della scuola. A che cosa serve e perché è necessaria all’ Italia». Il volume (da domani in libreria per i caratteri di Laterza) viene presentato oggi a Roma e discusso da tre ex ministri dell’ Istruzione, Luigi Berlinguer, Mariastella Gelmini e Francesco Profumo.
Proprio Berlinguer – e correva l’ anno 1999 – lanciò l’ idea (con il “concorsone”) di aumentare lo stipendio annuo di sei milioni lordi (di vecchie lire) al 20% degli insegnanti di ruolo, selezionati sulla base del curriculum professionale (25%), di un test a risposta multipla (25%) e di una lezione simulata (50%). Scesero in piazza in 300mila, sindacati in testa, per difendere la visione “egualitarista” della funzione docente e il ministro dovette fare marcia indietro. Poi più nulla, o quasi, fino al 2010, quando il ministro Gelmini avviò due sperimentazioni – con finalità “premiali” – una sui docenti e l’ altra sulle scuole (“Vsq”, valutazione per lo sviluppo di qualità nelle scuole), conclusa l’ anno scorso e i cui risultati si sapranno nei prossimi mesi; inoltre, per tutti gli studenti, è stato calcolato il “valore aggiunto” sulla base delle prove Invalsi.
Ma non è solo questione di docenti. E, di per sé, non è strettamente necessaria la valutazione. «In Finlandia esiste un’ ottima scuola senza sistema di valutazione – interviene l’ economista Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, dal 2008 orientata full time al variegato mondo dell’ istruzione -. Se i docenti sono reclutati e formati in modo selettivo e rigoroso, possono bastare qualità professionale, deontologia e il controllo dei colleghi a far funzionare bene il sistema. Ma in Italia, purtroppo, non è così». Perché la maggioranza degli insegnanti italiani è ostile alla valutazione? «Si sentono “sotto tiro” – risponde Gavosto – e sono convinti che la valutazione possa danneggiarli, portando a sanzioni, a tagli del personale e delle risorse. Non solo: scopi, metodologie e strumenti della valutazione non sono loro chiari, né sono stati loro spiegati efficacemente dal Miur. Non comprendendola, la temono e sospettano arbitrii». Nel corrente anno scolastico, risultano in servizio nelle scuole statali quasi 766mila docenti in circa 9mila istituti dove studiano 7,74 milioni di ragazzi. «I nostri insegnanti – incalza Gavosto – non hanno ricevuto alcuna formazione alla valutazione.
Il giusto principio costituzionale della libertà d’ insegnamento è male interpretato e si è trasformato in “Nessuno mi può giudicare”». Che si debba agire su questo fronte è fuor di dubbio. Persino la Commissione europea, nei famosi 39 quesiti indirizzati nel terribile autunno 2011 all’ allora governo Berlusconi, inserì – bacchettandoci – la questione scuola e meritocrazia. Come migliorare? Secondo la Fondazione Agnelli l’ unica strada percorribile «è quella della valutazione progettata e costruita con i docenti».
Il problema vero, precisa Gavosto, «non è di natura tecnica, di disegno del sistema, bensì politico, del consenso da costruire fra chi lavora nella scuola; definiti alcuni princìpi non negoziabili (uno è che la valutazione non potrà mai essere solo autovalutazione, pena l’ autoreferenzialità), occorre creare le condizioni per un ascolto delle osservazioni critiche che risuonano dentro la scuola». L’ Italia, ahinoi, ha avuto dal dopoguerra a oggi un incerto cammino normativo sul punto, culminato con il Regolamento (il Dpr 80/2013) – frutto del governo Monti – con pregi («lo sforzo di unire in unico disegno esigenze di sistema») e difetti («manca una strategia di formazione su larga scala»), ma ultima spiaggia. Da qui un’ agenda di proposte della Fga: che la «valutazione delle scuole, non dei docenti» diventi centrale nei criteri di valutazione; che si migliorino le istituzioni con criticità; che le informazioni siano «rese pubbliche» per agevolare le scelte delle famiglie e che le progressioni retributive e di carriera dei docenti «avvengano attraverso altre forme di valutazione», come concorsi o giudizio dei dirigenti. Il premio? Maggiore autonomia amministrativa e gestionale per le scuole migliori. Utopia? No, dicono alla Fondazione Agnelli. In Norvegia, dove c’ erano resistenze al cambiamento scolastico come da noi, si è mutata la rotta avviando un grande dibattito nazionale.

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Il mondo dell’educazione e il problema dei giudizi
“Test a scuola, troppe false partenze”
Il report della Fondazione Agnelli: “Verifiche inutili se gli insegnanti le vivono come una ghigliottina”
di Flavia Amabile
La Stampa, 19 febbraio 2014
Ma la scuola italiana deve utilizzare per forza i test Invalsi e tutto quello che li circonda? Se lo chiede la Fondazione Agnelli nel suo ultimo rapporto tutto dedicato alla valutazione della scuola, mettendo per la prima volta un punto interrogativo nel suo giudizio sulla complessa macchina che dovrebbe permettere agli istituti italiani di capire chi sono, dove vanno e perché.
Dietro questo dubbio si nasconde una provocazione ma soprattutto un giudizio molto severo su quello che è accaduto in Italia negli ultimi quindici anni. «False partenze, cambiamenti di direzione, incapacità di comunicare con chiarezza gli obiettivi, inaccuratezze tecniche hanno finito per rendere una parte assai consistente dei docenti ostile alla valutazione, in misura superiore a quanto è successo in altri Paesi, dove pure non tutto è filato sempre liscio». Insomma per gli insegnanti ancora oggi i test sono considerati soltanto un modo per «farli fuori». E quindi la gran parte di loro restano diffidenti. Ma come sperare che la macchina funzioni senza di loro? Abbiamo compreso – scrive la Fondazione – che «senza un’ ampia adesione della scuola anche il più perfetto dei sistemi di valutazione è destinato a sicuro fallimento».
D’ altra parte perché le scuole funzionino «della valutazione si può fare a meno».
Alcuni dei sistemi di maggior successo nel mondo ne sono del tutto privi. «Quando le qualità professionali del personale sono uniformemente elevate le scuole tendono a funzionare bene comunque, che ci sia o non ci sia valutazione». Non è quello che si può dire dell’ Italia dove «flussi decennali di assunzioni legate alla sola anzianità, senza concorsi che verifichino le competenze degli aspiranti docenti, senza prospettive di carriera o di sviluppo professionale, senza alcun investimento pubblico in formazione, comportino un rischio elevato che la scuola sempre più possa attrarre persone di modesta qualità professionale, poco motivate o che scelgono l’ insegnamento perché prive di alternative». Non è sempre così, precisa il rapporto, ma è anche vero che un sistema che «paga poco, chiede poco, offre poco» difficilmente può contare ancora a lungo su una nuova leva di insegnanti super-motivati e super-preparati come spesso se ne trovano ancora oggi.
A queste condizioni, quindi, il sistema di valutazione è necessario. Senza si rischia grosso. Diventerebbero sempre più forti «le spinte verso un sistema fortemente polarizzato con poche scuole eccellenti e molte inadeguate». Chi ha la possibilità abbandonerebbe il sistema pubblico per concentrarsi ancora di più nelle scuole d’ élite lasciando le scuole statali al loro destino.
Per salvare la valutazione in Italia, secondo la Fondazione Agnelli, bisogna coinvolgere i professori, garantendo «maggiore trasparenza nei criteri di scelta dei collaboratori» dell’ Invalsi, evitando «l’ immagine di un circolo ristretto».
Bisogna comunicare meglio i vantaggi legati alla valutazione mentre il Miur «ha mantenuto una certa ambiguità sugli utilizzi futuri» dando adito a dubbi e sospetti.
È necessario, invece sganciare del tutto i risultati della valutazione da qualsiasi tipo di premio o di punizione. Ed evitare anche che le prove siano utilizzate per valutare contemporaneamente ragazzi, scuole e prof perché «si creano i presupposti per la loro manipolazione». Quale insegnante si immolerebbe, in nome di non si sa bene che cosa?
Ci vorrebbe anche un’ idea sulla scuola «che rimanga costante» per un periodo più lungo dell’ anno o poco più in cui restano in carica i ministri e quindi che si segua «la rotta scelta anche in presenza di eventi non così infrequenti sulla scena italiana come il cambio del ministro o del presidente dell’ Invalsi».
Per evitare trucchi e boicottaggi, secondo la Fondazione Agnelli, il premio per gli istituti deve essere l’ autonomia, la libertà. I migliori «avendo dimostrato di avere la capacità di autogestirsi, potrebbero ottenere margini crescenti di libertà amministrativa, organizzativa e di gestione delle risorse». Potrebbero, ad esempio, chiamare direttamente i docenti attraverso procedure trasparenti, oppure disporre liberamente di fondi per la formazione dei docenti.

Bacchetta_menuLa-Stampa-190214“I docenti abbiano più fiducia La valutazione è una priorità”
La direttrice dell’Invalsi: “La Carrozza non ci ha sostenuto”
La Stampa, 19 febbraio 2014
La valutazione? Con la ministra Carrozza non è stata una priorità, e ora non si sa se si riuscirà a creare il Sistema Nazionale entro le scadenze previste quando a capo del dicastero c’ era Francesco Profumo: è l’ amaro sfogo di Lucrezia Stellacci, una lunga carriera da provveditore e direttore degli Uffici Scolastici Regionali, fino a diventare capo Dipartimento per l’ Istruzione del Miur e poi direttore generale dell’ Invalsi.
La sensazione è che dopo l’ accelerazione che ha portato nel 2013 al decreto che istituiva il Sistema Nazionale di Valutazione, qualcosa si sia fermato.
«È un’ impressione fondata, il processo si è fermato e non so se si riuscirà a tenere fede alla promessa di far partire l’ intero sistema entro il prossimo settembre. Noi dell’ Invalsi stiamo andando avanti con i progetti di sperimentazione ma si corre il rischio che rimangano lettera morta mortificando ancora una volta gli entusiasmi delle scuole che stanno partecipando».
Perché si è fermata l’ attuazione del Sistema Nazionale di Valutazione?
«Non c’ è interesse, non è una priorità del ministero. Con Profumo e Elena Ugolini sottosegretario c’ era molta più attenzione, la valutazione era una priorità effettiva e non solo proclamata come è avvenuto in questi ultimi mesi».
L’ impressione, leggendo il Rapporto, è che manchi anche un’ idea di scuola, un obiettivo il cui raggiungimento possa essere valutato attraverso test mirati.
«È così. Dal 2011 mancano le direttive nazionali, lo strumento attraverso il quale il ministro indica la sua idea di scuola e affida all’ Invalsi il compito di valutare a che punto sono le scuole rispetto a quell’ obiettivo. In questi ultimi tempi invece l’ Invalsi è stato lasciato da solo».
Il Rapporto non risparmia critiche anche all’ Invalsi. Parla della necessità di evitare l’ impressione di un circolo ristretto che formula i test. «Non è così, a lavorare alla realizzazione delle prove sono per il 50% professori di scuole e per la restante metà docenti universitari ma è vero che nelle scuole si sa poco di tutto questo e che ci sono tanti dubbi. Dobbiamo, invece, fare in modo che la scuola si fidi altrimenti fioriscono gli inganni e non si va da nessuna parte. Abbiamo aperto una linea diretta con le scuole per dialogare con loro, ci esprimono i loro dubbi, rispondiamo, chiariamo. È importantissimo, infatti stiamo mettendo a punto una ristrutturazione del sito per creare un forum e realizzare l’ intera procedura nella massima trasparenza e dare alle scuole tutti gli elementi per potersi fidare». [fla. ama.]

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