Innovazione sociale: se la scuola va a scuola di fundraising

Sono passati più di tre mesi da quando il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Maria Chiara Carrozza ha invitato le scuole a fare attività di fundraising in un’intervista rilasciata al Corriere delle Comunicazioni del 28 ottobre, dal titolo La scuola digitale non sarà di stato:  “Si mettono in campo azioni di procurement avanzato che coinvolga anche i privati, grandi o piccoli che siano, interessati ad investire nella scuola. L’ecosistema dell’innovazione scolastica che ho in mente non fa solo innovazione di prodotto ma anche di “fund raising”.
Ma le scuole sono pronte? Come dovranno muoversi concretamente? Vi proponiamo i consigli del direttore della Scuola di Fundraising di Roma, Massimo Coen Cagli, pubblicati sul numero di questa settimana del magazine Vita. Nei prossimi giorni i 20 progetti di innovazione sociale, vincitori del concorso Meet no Neet, saranno on line nella piattaforma integrata di crowdfunding su Phyrtual.org. Meglio allora andare a scuola di fundraising…

scuola-fundraisingNUOVE STRATEGIE
Se la scuola va a scuola di fundraising
di Massimo Coen Cagli

La scuola come tanti altri servizi alla collettività di natura pubblica, spinti dalla crisi economica, stanno bussando prepotentemente alla porta del fundraising, anche se gruppi di genitori e insegnanti da sempre sono stati impegnati – seppure occasionalmente – in attività di raccolta fondi. Alla scuola si possono applicare tutte le attività di fundraising ma a patto che vengano adottate alcune accortezze di metodo e di approccio che costituiscono il necessario presupposto della raccolta fondi per le scuole. Eccone quattro.

  1. Dare vita all’interno della comunità scolastica a comitati di genitori, professori, studenti, ossia soggetti che avendo una identità sociale più forte di una P.A. (che è legata più all’uso delle tasse che delle donazioni) si possono muovere con maggiore agilità nel campo del fundraising.
  2. I primi e i migliori fundraiser sono le persone che rappresentano l’organizzazione e che ne sono responsabili, per cui le prime attività devono essere promosse e realizzate dai professori, dai dirigenti scolastici, dai genitori coinvolti nella governance della scuola i quali, per essere credibili, devono essere essi stessi i primi donatori della scuola. In altri termini: bisogna metterci la faccia.
  3. Legare la raccolta di fondi ad obiettivi specifici che mostrino la produzione di un valore aggiunto rispetto ai servizi ordinari forniti dalla scuola e chiariscano la destinazione dei fondi. Di conseguenza rendicontare in modo circostanziato l’uso dei fondi raccolti (bilancio sociale e di missione)
  4. Valorizzare la dimensione comunitaria, ossia aprire la scuola alla comunità e proiettare la scuola in essa rafforzando i legami con gli individui, le aziende, le organizzazioni della società civile. Nella dimensione comunitaria si sviluppano quei legami fiduciari e quel senso di appartenenza che sono il presupposto della disponibilità a sostenere progetti di sviluppo della scuola, molto più di improbabili forme di sponsorizzazione commerciale o peggio di filantropia caritatevole.

fundraising per la scuola 2.0A ben vedere, ancora prima che risolvere complessità tecniche, le scuole, sono chiamate ad affrontare alcune sfide più sociali e politiche nell’ottica di creare una governance condivisa delle politiche di educazione scolare. A questi temi è dedicato un manuale di imminente pubblicazione: “Il fundraising per la scuola 2.0”, curato anche da me ed edito da Spaggiari che intende proprio facilitare l’avvio di attività di raccolta fondi per gli istituti scolastici.

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