Un giovane su cinque non studia e non lavora: i Neet secondo il rapporto Toniolo

Il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, oggi in ediola, racconta il rapporto “La condizione giovanile in Italia Rapporto Giovani 2013”, curato dall’istituto Giuseppe Toniolo, mettendo a fuoco la condizione dei Neet. Dall’ntervista ad Alessandro Rosina, docente di statistica sociale e coordinatore della ricerca, emerge l’esistenza di una fascia particolarmente a rischio, quella dei rinunciatari.

Rapporto GiovaniIl rapporto Toniolo
Giovani in lotta con la sfiducia Anche per i Neet, il segmento più a rischio, ci sono spazi di recupero
di Francesca Barbieri
Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2014

Non chiamateli bamboccioni. E nemmeno schizzinosi. I giovani italiani desiderano costruirsi una famiglia e nonostante i bassi tassi di occupazione e il deterioramento delle offerte di lavoro, non sono rassegnati ma cercano di reagire come possono. Stop agli stereotipi, insomma. E anche gli oltre due milioni di “ragazzi” sotto i 30 anni caduti nel limbo dei “Neet” che non studiano e non lavorano tentano in ogni modo di evitare le sabbie mobili della sfiducia e dello scoraggiamento. Non saranno più come i giovani di una volta, abituati a viaggiare tranquilli su un treno con fermate prestabilite e uguali per tutti. L’ingresso nel mondo del lavoro, l’uscita dalla casa dei genitori, la formazione di una coppia stabile, l’arrivo di un figlio. Traguardi che in passato si raggiungevano molto spesso prima dei 25 anni. Ora non è più così. Le varie stazioni risultano sempre più spostate in avanti e il trailer degli eventi è sempre meno rigido. A tratteggiare la fotografia delle nuove generazioni è “La condizione giovanile in Italia Rapporto Giovani 2013”, pubblicato a partire dai risultati della ricerca avviata nel 2012 dall’Istituto Giuseppe Toniolo con la collaborazione dell’Università Cattolica e il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo; su un campione iniziale di 9mila persone tra i18 e i 29 anni.
L’ammortizzatore sociale più efficace, neanche a dirlo, resta la famiglia di origine che ospita a lungo i figli che non riescono a spiccare il volo e li riaccoglie (accade a oltre il 70% dei giovani usciti per lavoro o studio). Un dato che evidenzia come in tanti cerchino di mettersi in gioco ma poi vengano riportati indietro da un ambiente sfavorevole, anche se quasi i176% non si arrende e vorrebbe formarsene una propria. I dati della ricerca consentono di approfondire l’identikit dei Neet e di identificare la parte che potrebbe essere “riattivata” e inserita nel mercato del lavoro attraverso adeguate politiche attive. I Neet sono i1 19,5% del campione totale dei 18-29enni. Un giovane su cinque, quindi, non studia e nemmeno lavora. II 13% afferma che non sta cercando lavoro ed è questa la fascia più critica, ad alto rischio di esclusione. Il restante 87%, però, è disponibile: c’è chi cerca attivamente un posto e chi dichiara di essere alla ricerca ma in modo sempre meno convinto e rischia di scivolare lentamente nella categoria degli scoraggiati rassegnati. “Lunghi periodi di inattività afferma Alessandro Rosina, docente di statistica sociale e trai coordinatori della ricerca portano allo scadimento delle motivazioni e al deterioramento delle competenze, con l’esito di restringere le chance di tornare con successo nel mercato”. Diventa allora fondamentale dare risposta a una domanda: “I Neet che non cercano un impiego, a quali condizioni sarebbero disposti invece a lavorare?” Dal sondaggio dell’Istituto Toniolo risulta che un 10% potrebbe tornare sui suoi passi e accetterebbe immediatamente una possibile offerta. Si tratta di giovani scoraggiati, che hanno rinunciato a cercare attivamente un’occupazione ma che vorrebbero comunque lavorare. Ci sono poi gli indisponibili: un 32% che afferma di non cercare perché non interessato in questo momento a valutare offerte. Accanto a queste categorie ce ne sono poi altre quattro che invece mettono in luce un’accettazione condizionata di una proposta: in base allo stipendio (26,2%), se coerente con la propria formazione (134%), se non troppo lontano da casa (i3,6%, una categoria che comprende molte casalinghe disponibili a conciliare famiglia e lavoro), oppure in base al prestigio dell’attività offerta con percentuale inferiore a15%. “Spazi di recupero ce ne sono conclude Rosina ma il tempo stringe: in particolare è cruciale rendere più efficace il molo dei servizi per l’impiego seguendo le migliori esperienze europee. Le best practices prevedono piani di sviluppo individuali, con una valutazione delle competenze del giovane in relazione conia domanda di competenze sul territorio”. L’obiettivo deve essere quello di aumentare l’occupabilità e fornire orientamento per tutti. Ma anche intermediare direttamente avviamenti al lavoro soprattutto per i soggetti più deboli, quelli più a rischio di disoccupazione di lunga durata. I Neet appunto. Uno strumento utile, da non sprecare, può essere la “Garanzia giovani”, il programma europeo che con un budget da1,5 miliardi nel biennio 2014/15 punta ad assicurare ai giovani con meno di 25 anni un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio o un’altra misura di formazione entro 4mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema scolastico. “Un’opportunità da cogliere al volo – conclude Rosina – per invertire la rotta e allontanare il rischio di “costruire” futuri poveri, dalle problematiche ancora maggiori nel momento in cui non ci saranno più i genitori a sostenerli”.

La video intervista a Rosina
“Occorre incentivare partecipazione dei giovani”

Neet

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