Valutazione scolastica: servono scudetti, brevetti e stelle per motivare gli alunni?

Oggi vi proponiamo l’intera pagina che il quotidiano La Stampa dedica alla questione della valutazione nella scuola e al progetto pilota Mimerito, che prevede scudetti, brevetti e stelle per valorizzare i risultati degli alunni. Nei box le opinioni di  Gustavo Pietropolli Charmet, psicoterapeuta esperto di infanzia e adolescenza, e di Gabriele Toccafondi, sottosegretario del ministero della Pubblica Istruzione.

LaStampa-310114Scuola, una medaglia per i migliori
È un successo l’esperimento del ministero: scudetti per valorizzare i risultati, ma anche impegno e condotta.

di Flavia Amabile
La Stampa, 31 gennaio 2014

E se a scuola tornassero medaglie, coccarde e nastri? Qualcuno ci sta seriamente pensando, anzi lo sta già facendo, convinto che i ragazzi vadano gratificati e che i voti – da soli – non bastino per premiare chi si impegna. Ci vuole qualcosa in più, dicono dirigenti e professori. In molti istituti ci si arrangia da soli, c’è chi usa le medaglie, chi le stellette, chi le distribuisce a fine anno e chi in occasioni particolari.Anche al ministero dell’Istruzione hanno preso in considerazione l’ipotesi e sostenuto un progetto di successo. Si chiama «Mimerito», è stato sperimentato in 18 scuole per un totale di 185 classi su un numero approssimativo di quattromila alunni. Ogni classe ha ricevuto 40 distintivi metallici, smaltati e dal disegno accattivante. Ci sono gli Scudetti d’eccellenza riservati al rendimento scolastico, le Stelle di condotta d’oro e d’argento e i Brevetti d’impegno personale come riconoscimento per la buona volontà e l’impegno.
I distintivi vanno restituiti dopo due-tre settimane, quindi il kit comprende anche i tabelloni da appendere in classe, sui quali per tutto l’anno vanno scritti i nomi degli alunni che hanno conquistato i premi.
La cerimonia di assegnazione dei premi avviene periodicamente, il distintivo viene indossato sul grembiule nelle scuole primarie o appuntato sul diario nelle secondarie di primo grado. «Oggi – spiega l’ ideatore di Mimerito, Andrea Conci – si vive di status symbol del tutto slegati dal merito. Volevo invece restituire un contenuto, un senso agli oggetti che amiamo avere ed esibire».
I riconoscimenti possono essere concessi per un’ interrogazione particolarmente brillante, per un compito in classe da 10 e lode, per un approfondimento spontaneo dell’ alunno.
Oppure possono servire a premiare il rispetto verso i compagni e gli educatori o la buona volontà e l’ impegno, anche non legati al rendimento scolastico. In genere nella scuola primaria la cerimonia avviene ogni due-tre settimane, alle superiori dopo i consigli di classe. Ma ogni scuola è libera di adattare il metodo ai suoi bisogni. Uno dei vantaggi dell’ idea è che possono essere usati molto meglio dei voti per premiare i disabili o chi presenta difficoltà nell’ apprendimento, per il loro impegno. Ciò che conta, infatti, è l’ impegno e la volontà di migliorare.
I dirigenti e i professori che hanno partecipato alla sperimentazione sono entusiasti. C’ è chi aveva già adottato qualcosa di simile come il San Giuseppe de Merode a Roma. «Di solito, a fine anno, – racconta Maria Pia Tomassini, coordinatrice – diamo medaglie ricordo, o premi per i ragazzi più bravi, ma Mimerito li stimola in modo continuo e capillare per tutto l’ anno».
C’ è chi sottolinea la differenza rispetto al voto, che spesso – commenta Patrizia Vicentini dell’ istituto Leopardi di Milano – serve più ai genitori come verifica che non alla gratificazione dei ragazzi. Ci siamo quindi ritrovati totalmente nel metodo».
E c’ è chi sottolinea gli effetti positivi da un punto di vista psicologico. «Si è innescata una competizione positiva fra gli alunni, con benefici a livello disciplinare: spesso i ragazzi si auto-correggono fra loro, ricordandosi che con un atteggiamento non consono potrebbero rimanere fuori dalla concessione dei distintivi per la buona condotta e l’ impegno», spiega Barbara Leoncini, responsabile progetti dell’ Istituto comprensivo Giovanni Pascoli di Rieti. Mentre Francesca Fedele, dirigente dell’ Istituto comprensivo Nosside Pythagoras di Reggio Calabria e i suoi professori hanno ritrovato nel metodo Mimerito «echi della psicologia di scuola comportamentista, in cui il “rinforzo tangibile” è un passo importante per promuovere la motivazione».


“Ok al premio se valuta la persona, non il compito”
di Stefano Rizzato
La Stampa, 31 gennaio 2014

Gustavo Pietropolli Charmet, psicoterapeuta esperto di infanzia e adolescenza.

«Ogni tipo incentivo è benvenuto, purché il sistema di valutazione sia adeguato, si premi lo sviluppo completo del ragazzo e non sia una competizione fine a se stessa».
A promuovere, senza troppe riserve, le medaglie e l’iniziativa del Ministero dell’ Istruzione è Gustavo Pietropolli Charmet, noto psicoterapeuta ed esperto di adolescenza e infanzia.
Professore, non c’ è il rischio di esagerare, aggiungendo un premio oltre ai normali voti?«Dipende da cosa si intende premiare. Certo, sarebbe sbagliato dare una medaglia per una versione di greco o per un compito di fisica: quello significherebbe gratificare una gara allo spasmo, un processo di affermazione ambiziosa fine a se stesso. Invece, se si tiene conto della formazione del ragazzo nel suo complesso, non c’ è niente di male nel dare una motivazione in più».

Quali sono i meriti da prendere in considerazione?
«Bisogna osservare l’ impegno dell’ allievo nel crescere come persona e come cittadino. È questo che la scuola deve proporsi, se si assume il suo vero compito, che è quello di formare e non solo insegnare. Si deve guardare allora allo sviluppo etico e civico dei ragazzi, magari anche al contributo che dal mondo esterno – impegnandosi nello sport o nel volontariato – riescono a portare dentro la scuola».
I voti nel tempo sono cambiati moltissimo: meglio numeri o giudizi?«L’ importante è che siano accompagnati da una spiegazione chiara, che trasmetta l’ attenzione dei docenti verso ogni studente. Se è inserito in una relazione discorsiva, il voto numerico viene accettato più facilmente. Anche quando si tratta di una valutazione negativa. L’ insegnante può essere come un allenatore che – anche con severità – aiuta a tirar fuori dal ragazzo il campioncino che c’ è in lui».

Far sentire importante ciascun alunno serve a non lasciare indietro nessuno?
«Sì. Sarebbe bello riconoscere e valorizzare meglio la specificità di ogni studente. La scuola ideale ha orari, attività, un sostegno personalizzati e calibrati in base alle esigenze individuali, ma per questione di costi non si fa. Quanto meno, serve allora che il ragazzo veda che gli insegnanti lo pensano e sono attenti a lui. Alle elementari, gli alunni vivono le valutazioni in modo intenso proprio per questo: perché sentono che la maestra li conosce bene e danno valore alla sua opinione. Dalle medie in poi, quando diventano un fatto burocratico, i voti cadono invece nell’ anestesia totale».


«Per me bastano i voti ma perché privarsi di nuovi strumenti?»
Distintivi a scuola per premiare alunne e alunni? Perché no, risponde Gabriele Toccafondi, sottosegretario del ministero della Pubblica Istruzione, con un lungo passato di incarichi nel mondo universitario e della formazione.

«Di fronte a questo tipo di argomenti – spiega – non penso che esista una verità assoluta ma ritengo che ci si debba far guidare dall’ istinto, soprattutto se si tratta di una sperimentazione. Sono curioso di vedere i risultati e di capire come è stata accolta. Dal mio punto di vista ritengo che i voti siano un giudizio molto chiaro, non avverto il bisogno di un altro sistema di valutazione. Se però la sperimentazione ha dato buoni risultati, perché no?»

Voti o distintivi, quello che conta è l’obiettivo?
«Penso di sì. Se i ragazzi hanno compreso meglio le richieste degli insegnanti, se attraverso questo metodo hanno risposto in modo positivo, non vedo perché privarsi di strumenti come questo? Bisogna essere aperti alle novità nel mondo scolastico, l’ importante è l’ obiettivo, appunto, vale a dire far comprendere a un ragazzo che deve migliorare, che deve impegnarsi».
E i voti possono non bastare per quest’obiettivo. Ai voti è legato anche lo stress della pagella. I distintivi o le vecchie medaglie fanno leva sulla vanità, sull’ orgoglio personale senza altre implicazioni.
«È vero, se si pensa allo stress del voto oggettivo e alla sensibilità dei vari ragazzi, il voto è di sicuro un dato oggettivo ma può anche essere utile affiancare qualcos’ altro per motivare i ragazzi».

Esistevano meccanismi simili anche nelle scuole che ha frequentato?
«In prima e seconda elementare. Si usavano le stelline, aiutavano a comprendere che si era fatto bene. Poi ho cambiato scuola ma ne conservo un ricordo positivo. Anche se devo ammettere, però, che non mi hanno mai traumatizzato i voti che ricevevo, di qualsiasi tipo». [f. ama.]

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