Eurispes: il made in Italy deve fare i conti con il problema dell’Italian sounding

“Nonostatnte la crisi il numero delle aziende italiane esportatrici è in aumento. Bene nel 2013 le esportazioni nell’agroalimentare (33 miliardi di euro)”. Ieri è stato presentato dall’Eurispes il 26ª Rapporto Italia 2014. Per fare un servizio utile a quanti stanno partecipando al progetto The Italian Makers e a quanti lavorano per l’imprenditoria giovanile, pubblichiamo integralmente la scheda della ricerca dedicata al Made in Italy e alla cultura d’impresa.

Scheda 46 – Made in Italy: tradizione e cultura d’impresa
La produzione del Made in Italy nell’economia italiana, un comparto sul quale investire.

Nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3% (lievemente al di sotto del commercio mondiale), ma la loro incidenza sul Pil si è innalzata raggiungendo circa il 30%. Il 2013 come ha segnalato Coldiretti ha registrato un importante record storico per il valore delle esportazioni di prodotti agroalimentari italiani, arrivando a quota 33 miliardi di euro. La maggior parte delle esportazioni riguarda i paesi dell’Ue per un valore stimato di 22,5 miliardi (+5 %), ma il Made in Italy trova ampio spazio anche negli Usa con 2,9 miliardi (+6 %), nei mercati asiatici (+8%, 2,8 miliardi) e su quelli africani dove è stato registrato un incremento del 12%, per un valore di 1,1 miliardi; anche l’Oceania segna un incremento pari al 13%. In generale, l’aumento dell’export rispetto al 2012 è stato del 6% (Coldiretti, 2014). Rispetto ai prodotti del Made in Italy, il vino è quello maggiormente esportato, con 5,1 miliardi (+8%), segue l’ortofrutta fresca (4,5 miliardi di euro) con una crescita del 6%, mentre l’olio – in aumento del 10% – raggiunge il valore complessivo di 1,3 miliardi; in questo scenario anche l’esportazione di pasta aumenta (+4%), raggiungendo la quota di 2,2 miliardi. Infine, è interessante sottolineare una conseguenza positiva del rilancio dell’export Made in Italy: il successo che i nostri prodotti riscuotono nelle case dei paesi stranieri. L’acquisto del vino italiano cresce in Francia (+11%), negli Stati Uniti (+8%), in Australia (21%) e nel Cile (66%). Anche il formaggio italiano ha registrato un aumento delle vendite tra i consumatori francesi (+2%), mentre i latticini in generale riscuotono successo in Cina (+25%), amante anche della pasta (+18%). Quest’ultimo paese sembra apprezzare particolarmente lo spumante italiano (+101%), acquistato maggiormente anche in Gran Bretagna (+50%) e in Russia (+31%); anche la birra trova un ottimo riconoscimento da parte dei cittadini dei paesi nordici: Germania (+66%), Svezia (+19%), Olanda (+9%).

Tutelare il brand Italia e il Made in Italy
Diventa sempre più urgente sviluppare un sistema di tutela nei confronti della “agropirateria” internazionale che utilizza impropriamente colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale. Secondo le stime di Eurispes e Coldiretti il falso Made in Italy solo nell’agroalimentare fattura circa 60 miliardi di euro.
La Germania primo paese come presenza di operatori commerciali italiani.
Tra il 2010 e il 2011 il valore complessivo delle esportazioni italiane ha registrato un incremento dell’11%, riportando un dato pari a 368 miliardi di euro. La crescita è stata sostenuta soprattutto grazie agli operatori di maggiori dimensioni. Nel 2012 le esportazioni italiane nel 2012 si sono orientate con maggiore interesse verso le aree emergenti: nell’ultimo decennio l’Ue come mercato di destinazione è sceso dal 62,4% al 53,7%, così come quello verso il Nord-america è calato dal 9,2% al 7,6%; invece, si segnala la capacità attrattiva dei paesi extraUe che hanno registrato un aumento dal 9,5% al 13,9%. Per quanto riguarda i paesi con maggior numero di presenze di operatori commerciali italiani nel 2012, tra i primi posti si collocano: Germania (70mila), Francia (68mila), Svizzera (51mila), Spagna (46mila) e Regno Unito (39mila).

Ottomila le imprese italiane che investono all’estero
L’ampliamento delle multinazionali italiane è diventato progressivamente una caratteristica dell’attuale fase del processo di internazionalizzazione dell’Italia: nel 2011 era aumentato, infatti, il numero di partecipate estere (27.191 unità), mentre era in leggera flessione il numero degli addetti all’estero (1.557.000 unità). Per l’Ice, le imprese italiane che investivano all’estero erano quasi 8.000 unità; si trattava di aziende di piccole e medie dimensioni: il 61,2% aveva meno di 50 addetti, il 29,5% un numero compreso tra 50 e i 249 addetti, il 9,3% erano quelle composte da meno di 250 dipendenti. Questi dati sono sostanzialmente confermati dallo stesso studio nel 2012 (oltre 27.000 partecipazioni estere, circa 1.585.000 addetti e più di 8.000 aziende investitrici), evidenziando un processo di lungo termine, espressione del progressivo miglioramento delle strategie di internazionalizzazione. Sono le imprese più piccole a esprimere un maggiore interesse con proprie partecipate nei mercati esteri. In particolare, nei settori manifatturieri tipicamente Made in Italy il contributo delle Pmi è più elevato della media, mentre le aziende con almeno 250 addetti offrono il maggiore apporto nell’industria estrattiva e petrolifera, nell’elettronica, nel settore dei mezzi di trasporto e dei servizi di telecomunicazioni e delle utilities. Particolarmente rilevante nel 2012, rispetto alla distribuzione settoriale dell’interscambio, è l’aumento del surplus manifatturiero, passato da 55 a 94 miliardi di euro e che ha superato le dimensioni del disavanzo energetico. Nell’ultimo anno, infatti, si è registrato un aumento con tassi notevolmente superiori alla media delle esportazioni dei prodotti alimentari (6,7%), dei derivati del petrolio (21,8%), della farmaceutica (12,5%), della metallurgia (6,4%) e dell’oreficeria (10,9%). Di contro, sono state rilevate diminuzioni nell’esportazioni dei prodotti tessili, degli apparecchi elettrici, e in generale nell’ambito dell’elettronica e nel comparto dei mezzi di trasporto (Ice, 2013). Ed ancora, è bene precisare che rispetto agli altri paesi dell’Area Euro le esportazioni del tessile, dell’abbigliamento e calzature hanno registrato comunque dei miglioramenti. Inoltre, secondo il Rapporto Ice 2013, il numero degli esportatori italiani è cresciuto ancora nel corso del 2012, così come è in aumento il grado di diversificazione geografica delle esportazioni (numero medio di mercati per impresa). È quindi interessante segnalare che, nonostante il periodo di crisi e il rallentamento del commercio mondiale, il numero delle imprese esportatrici è continuato a salire. Tutto ciò potrebbe essere segno di una robustezza del tessuto imprenditoriale oppure, probabilmente, è conseguenza dell’effetto di deprezzamento dell’euro che permette anche alle piccole e piccolissime imprese di presentarsi nello scenario internazionale.

Nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3% (lievemente al di sotto del commercio mondiale), ma la loro incidenza sul pil si è innalzata raggiungendo circa il 30%. Nonostatnte la crisi il numero delle aziende italiane esportatrici è in aumento. Bene nel 2013 le esportazioni nell’agroalimentare (33 miliardi di euro). Ma il made in Italy deve fare i conti con il problema dell’italian sounding (60 miliardi di euro).

 

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