Fusacchia: il digitale riguarda tutte le start up sociali, non solo hub

Dalla rassegna stampa on line vi proponiamo l’intervista ad Alesandro Fusacchia, consigliere del Ministero degli Esteri, pubblicata sul magazine Vita.it.
Fusacchia ha contribuito alla stesura del Decreto Legge Crescita 2.0, entrato in vigore alla fine del 2012, che ha introdotto la norma sulle start up innovative. E mettiamo in evidenza un passaggio importante che riguarda il ruolo del digitale. Dice Fusacchia: “C’è un messaggio che ancora fatica a passare: start up non significa start up digitale, non vuol dire solo hub. Il digital è un settore trasversale che deve interessare tutti, dalle start-up agricole a quelle sociali, non è un business in se stesso.

Start up sociali, così si crea lavoro e comunità
di Stefano Arduini

L’ideatore della legge fa un bilancio a poco più di un anno dall’entrata in vigore del provvedimento: «Stiamo incoraggiando un nuovo modello di sviluppo che si innesta su una ricchissima tradizione cooperativa. Con le start-up a vocazione sociale non si creano solo posti di lavoro, ma si costruisce il senso di una comunità nuova»

Poco più di un anno fa, il 19 dicembre 2012, è entrata in vigore la legge n. 221 di conversione del Dl 179/2012, chiamato anche Decreto Legge Crescita 2.0, con il quale lo Stato ha introdotto la norma sulle start up innovative. A scrivere quel provvedimento contribuì in larga misura Alessandro Fusacchia, attuale consigliere del ministro degli Esteri (ha lavorato in prima linea al progetto Destinazione Italia) e allora braccio destro di Corrado Passera allo Sviluppo Economico. Che risultati ha dato finora quella norma e che evoluzioni potrà avere in futuro? E ancora: in che termini potrà diventare davvero un volano per l’occupazione giovanile? Sono queste le questioni su cui Fusacchia, classe 1978, ha voluto ragionare con Vita.

A oggi il registro delle imprese conta circa 1.500 tart-up innovative, molte costituite da giovani. Che bilancio si può fare?
Al di là dei numeri l’effetto più significativo è quello culturale. Di fronte a tassi di inoccupazione (perché oltre ai disoccupati ci sono quelli che il lavoro nemmeno lo cercano) sempre più elevati, l’ipotesi che un giovane ne possa uscire continuando a cercare lavoro è limitante. Noi invece abbiamo fatto passare l’idea che il lavoro si possa creare. In Italia fino a ieri fare impresa significava avere 300 anni di storia alle spalle e 30mila dipendenti, altrimenti non eri nessuno. Noi abbiamo ribaltato il paradigma e lo abbiamo fatto scommettendo su strumenti come creatività, innovazione e creazioni di reti.

Non sono poche però 1500 start-up?
Dati sul numero esatto degli occupati non ne ho, ma quello che vedo è che molti ragazzi stanno prendendo sempre di più in considerazione l’opzione di puntare su se stessi. Spesso lo fanno al di fuori della normativa sulle start-up. In quest’ottica stanno iniziando a lavorare tanti giovani professionisti, dagli avvocati in giù. Poi c’è un altro elemento fondamentale da tenere in considerazione.

Quale?
Molte start-up operano nel campo del sociale. Stiamo incoraggiando un nuovo modello di sviluppo che si innesta su una ricchissima tradizione cooperativa. Con le start-up a vocazione sociale non si creano solo posti di lavoro, ma si costruisce il senso di una comunità nuova. È un pezzo fondamentale della scommessa.

L’ha sorpresa un così alto interesse verso il social business?
Solo in parte. E me lo spiego con l’arretramento dello Stato che lascia spazi importanti per sperimentazioni imprenditoriali, molto più che come conseguenza delle piccole agevolazioni aggiuntive previste dalla norma proprio per le start up a vocazione sociale.

Non c’è davvero nulla che non stia funzionando come volevate?
C’è un messaggio che ancora fatica a passare: start-up non significa start up digitale, non vuol dire solo hub. Il digital è un settore trasversale che deve interessare tutti, dalle start-up agricole a quelle sociali, non è un business in se stesso.

Rimane il problema di come trovare i fondi per avviare l’impresa?
Non solo questo, sfatiamo un mito: le start-up sono imprese e fare impresa costa fatica e sacrifici. Non si sale in soffitta e in tre ore si inventa Facebook. Questo non è il mondo reale. Nel mondo reale, come dice lei, ci sono anche le banche che non erogano credito. Noi però in Italia siamo stati i primi al mondo a varare una norma sull’equity crowdfunding. Non solo: abbiamo appena ricevuto il via libera da Bruxelles per introdurre forme di sostegno alle start up attraverso un meccanismo di incentivi fiscali che premia gli imprenditori che investono in nuove imprese innovative. Inoltre nel decreto Destinazione Italia ci sono alcuni passaggi che favoriscono l’ingresso in Italia di imprenditori o figure altamente qualificate che vogliano partecipare a una start up.

Non crede che ci sia una difficoltà della galassia start up a fare sistema?
Non dimentichiamoci che sono imprese e quindi la loro missione è correre per arrivare primi. Credo che l’ostacolo della frammentarietà si supererà nel momento in cui l’ecosistema generale sarà più favorevole. E in questo senso il contagio fra startupper e imprenditori vecchio stile è decisivo, perché le start-up sono in grado di portare innovazione, digitalizzazione e internazionalizzazione nelle imprese “normali”. A marzo 2015, poi, in Milano si terrà il Global Entrepreneurship Congress, il maggiore summit sull’imprenditorialità innovativa a livello mondiale. Ci sarà la corsa a partecipare magari anche lavorando in squadra, perché chi non ci sarà inevitabilmente considerato esterno all’ecosistema start-up.

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