Mobilità sociale, merito, istruzione… il capitale umano per uscire dalla crisi

Dalla rassegna stampa di oggi vi proponiamo un articolo del quotidiano Corriere della Sera che pubblica una recensione articolata e ragionata ad un libro fresco di stampa, firmato dall’economista Marco Magnani responsabile del progetto di ricerca Italy 2030. La valorizzazione del capitale umano è una sfida prioritaria per la Fondazione Mondo Digitale ed è particolarmente sentita dal professore emerito Tullio De Mauro che ha guidato l’organizzazione fin dalla sua nascita. Su questo tema la FMD ha organizzato due grandi eventi (La conoscenza come materia prima nel 2012 e Cultura dell’innovazione e partecipazione nel 2008) e realizzato diverse pubblicazioni.

Corriere-della-Sera-220114Capitale umano, l’oro italiano
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 22 gennaio 2014

Da qui al 2020: le prospettive del Paese secondo Marco Magnani.
Possiamo dirlo, per una volta, che questo povero Paese – che trattiamo male per poi disprezzarlo anche – galleggia su un immenso giacimento d’oro? Riusciamo a dirlo senza retorica, senza l’ obiettivo di stendere pannicelli caldi sui suoi guai – come in genere fa la politica? Marco Magnani lo fa in un bel libro, in vendita da ieri: Sette anni di vacche sobrie – Come sarà l’ Italia del 2020? Sfide e opportunità di crescita per sopravvivere alla crisi, edito da Utet. Lo fa prendendo un punto di vista «americano»: non solo perché a suo parere la «distanza giusta» per guardare l’Italia è quella, dalla costa Est degli Stati Uniti, dove lavora; soprattutto perché applica un metodo anglosassone all’analisi e alle proposte, cioè poche chiacchiere e ancora meno ideologia, molti fatti, numeri e concretezza sulle cose da fare. Il risultato può essere visto come uno studio sui punti di debolezza e in particolare di forza del Paese; ma anche, e qui sta il divertente, come un programma articolato di governo.
Il giacimento d’oro è l’incontro tra il capitale umano e il patrimonio storico-ambientale: quell’amalgama strutturale che Magnani dice essere già presente «nel Dna del Paese e degli italiani». Si tratta di essere minatori, di portare questo patrimonio alla luce e di valorizzarlo sul mercato. Attenzione, però: non è il solito elenco di grandi cuochi – chef si dice oggi – e di Pompei da rilanciare. Magnani ha studiato e va al cuore delle cose.
Quando parla della mobilità sociale ci ricorda che in Italia è decisamente più bassa che altrove, che viviamo in un sistema rigido: uno studio dell’Ocse ci colloca al penultimo posto tra i Paesi cosiddetti sviluppati per quel che riguarda l’ elasticità salariale intergenerazionale, cioè la capacità di miglioramento reddituale tra i genitori e i figli. Ma non si ferma qua. Sottolinea che in Italia meno ragazzi raggiungono un’educazione universitaria rispetto ad altri Paesi nonostante il fatto che da noi il titolo universitario paghi più che altrove, «con l’80,6% di occupati fra i laureati, rispetto al 74,4% dei diplomati e al 52,5% di chi ha conseguito la terza media»: una forbice maggiore di due punti percentuali rispetto alla media Ocse. Ma, fatta l’ analisi, guarda poi le soluzioni, ad esempio si applica a come favorire il riconoscimento del merito, essenziale alla mobilità sociale: non per fare un appello generico ma per parlare di borse di studio e di organizzazione dell’istruzione. Per liberare il merito.
Se tratta la ricerca e l’innovazione, chiarisce che da tempo si è scoperto che l’economia americana crebbe per decenni spinta per il 15% da investimenti e crescita della forza lavoro e per l’ 85% dagli sviluppi qualitativi delle tecnologie, dei sistemi organizzativi, dei prodotti, cioè dell’ innovazione.
Ricorda che negli Stati Uniti gli investimenti privati in ricerca e sviluppo tra il 2007 e il 2011, cioè nel pieno della crisi finanziaria e in tempi di recessione, sono aumentati del 9,6% l’ anno.
capitale-umanoPoi, racconta i limiti della ricerca pubblica e privata in Italia, ma non per disperarsi: per sostenere che i distretti industriali – uno dei punti di forza dell’ economia italiana – devono gemellarsi, aiutati magari dal fisco, con poli di ricerca, per creare filiere d’ innovazione.
Il punto notevole delle «Vacche sobrie» è che il libro esce dai binari del dibattito economico che si trascina e ci trascina da anni: il vincolo del 3% del deficit rispetto al Pil, austerità sì contro austerità no, euro bene opposto a euro male. Non che neghi l’ importanza delle scelte macroeconomiche. È che sottolinea come l’ Italia abbia bisogno di riforme (le elenca nel dettaglio) per liberare i punti di forza – l’oro nel sottosuolo – che sono lì, coperti dalle incrostazioni dello Stato e della burocrazia ma anche da limiti culturali, primo tra tutti l’ approccio negativo verso le opportunità che il Paese ha di fronte. È un lavoro difficile quello che propone il libro, non prevede colpi di magia: non illude che qualche miliardo in più di spesa pubblica possa risolvere i problemi; parte dall’ idea che il capitale umano, il capitale civile, il capitale culturale e storico del Paese possano essere portati alla luce solo con una intensa e costante azione di riforme. Per questo è serio, proprio perché dà per scontato che quando si viene all’ economia e alla crescita di un Paese i maghi non esistano. Pure in questo, piuttosto americano.
Magnani – che ha scritto questo libro in collaborazione con il giornalista Angelo Ciancarella – era un banchiere d’ affari: Jp Morgan prima, poi Mediobanca. Ora, è passato all’ accademia: è responsabile del progetto Italy 2030 della Kennedy School of Government della Harvard University. Proprio nella gloriosa università di Cambridge, Massachusetts, è nata l’ opera, racconta egli stesso: da due anni di studi e di ricerche e «dalle innumerevoli e appassionate discussioni con alcuni fra i migliori economisti del mondo». Perché, ci assicura, «l’Italia si vede (e si ama) meglio da lontano»: da lì si capisce che può fare grandi cose. Sobriamente.

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